La prima cosa che salta all’occhio della seconda stagione di Master of None (disponibile su Netflix da poco più di un mese) è come, in soli due anni, Aziz Ansari e il suo coautore Alan Yang abbiano alzato considerevolmente il tiro.
Come se, dopo un giro di rodaggio, avessero deciso di fare sul serio.
Dico “rodaggio” senza voler sminuire in alcun modo il livello qualitativo di una prima stagione che, fin dall’inizio, ha in ogni caso palesato la sua natura aliena rispetto a un formato fortemente standardizzato come quello della comedy, a cui comunque la serie appartiene sia per struttura che per minutaggio.
Perché, in buona sostanza, lo scopo principale di Master of None non è mai stato quello di strappare risate, sebbene ci riesca eccome, quanto piuttosto di riflettere in modo leggero sugli stereotipi socio-culturali che il colore della pelle continua tutt’oggi ad innescare, anche in un’America reduce da otto anni di presidenza Obama.
E tutto ciò lo fa da prima del giustamente pluripremiato Donald Glover di Atlanta o del recente Dear White People.
Ed è quanto meno curioso che una serie che, nel suo stesso titolo, capolavoro di basso profilo, dichiara di non voler essere “maestra di nessuno” abbia poi fatto da testa di legno per altri prodotti che, in maniera similare, maneggiano la questione razziale evitando di farne uno strumento ricattatorio e soprattutto lo fanno in modo sincronico, senza per forza andare a ritroso fino al periodo della schiavitù.
E se, rispetto alla prima stagione, l’oggetto di interesse di Ansari rimane più o meno sempre lo stesso – sostanzialmente la vita di un thirtysomething di origini indiane bloccato in quella delicata linea d’ombra che separa la post-adolescenza dall’età adulta – muta in maniera esponenziale la consapevolezza nei propri mezzi espressivi e la libertà con cui metterli (e mettersi) in gioco.
Avevamo lasciato Dev a bordo di un aereo per l’Italia, intenzionato a superare i postumi di una rottura amorosa perfezionandosi nell’arte della pasta fatta in casa e lo ritroviamo a Modena, in un primo episodio tutto in bianco che è una sorta di folle remake di Ladri di biciclette.
La season premiere serve in realtà da cartina di tornasole per valutare la bontà dell’intera serie.
Anche laddove è immediatamente intuibile come quello rappresentato sia per lo più un coacervo di luoghi comuni riguardanti l’Italia, non disturba affatto.
In primis perché Ansari non cerca in alcun modo di vendercelo come LA realtà.
È la realtà come la vede lui, quindi figlia di suggestioni culinarie (nel secondo episodio c’è spazio anche per un cameo del superstar chef Massimo Bottura) e reiterate visioni dei capolavori del neorealismo.
E, in questa realtà, ci sta pure che un poliziotto italiano (interpretato da Paolo Sassanelli) si fermi a mangiare un piatto di pasta in casa di estranei mentre investiga – in verità in modo blando – sul furto di un cellulare.
L’Italia, centrale in termini logistici nei primi due episodi e narrativi, per l’introduzione del personaggio di Francesca (Alessandra Mastronardi), resta in ogni caso la stella polare del protagonista anche dopo il suo rientro a New York.
Ed è un notevole cortocircuito emotivo quello che innesta le immagini de L’avventura di Antonioni (così come le note di Un anno d’amore di Mina) in una Grande Mela che, sebbene rivista e corretta ai tempi dei social network, dei programmi di cucina e dei millennial, rimane pur sempre quella resa immortale da Woody Allen, autore a cui sia Ansari erige, in più di una scena, il suo personalissimo altare pagano.
Ma, nonostante la trama orizzontale di questa seconda stagione sia per buona parte occupata dalla storia d’amore, apparentemente impossibile, tra Dev e Francesca, i suoi momenti migliori, come nelle migliori opere postmoderne, sono altrove.
Nello specifico in due straordinari episodi (New York, I Love You e Thanksgiving) in cui gli autori si prendono il lusso e il rischio di interrompere il flusso narrativo per concentrarsi, nell’ordine, su un racconto corale inframezzato da una geniale sequenza muta e un collage di vent’anni di giorni del Ringraziamento che approfondisce il personaggio, fino ad allora di contorno, di Denise, la migliore amica di Dev e rappresenta uno dei più delicati racconti sull’omosessualità visti ultimamente.
In queste sue derive Master of None rende evidente la sua natura di prodotto nato per una fruizione che, ormai perfettamente avvezza ai più moderni metodi di distribuzione dei contenuti, non tiene più conto di alcuna scansione temporale.
Anzi, volendo (e, soprattutto avendone il tempo) le avventure di Dev potrebbero essere infatti viste in un’unica soluzione, come se fossero un unico lungo film.
Aziz Ansari è addirittura così libero da vincoli di sorta da girare una penultima puntata della durata di un’ora (Amarsi un po’, scritto proprio in italiano) in cui lascia chiaramente intendere come le sue ambizioni si spingano ben oltre i venti minuti a episodio di una comedy convenzionale e guardino semmai molto più al cinema.
Al netto degli Emmy e del suo 100% su Rotten Tomatoes, Master of None offre allo spettatore uno sguardo ironico e disincantato su una realtà nuova in cui l’azione non è più il fine, ma l’oggetto di una riflessione a posteriori che è quasi più importante dell’azione stessa.
Una realtà in cui il mumblecore e stand-up comedy si sposano alla commedia romantica e, perché no, anche al cinema verità, fino a produrre il più piacevole degli spaesamenti sensoriali.
Perché ridendo e riflettendo sulle quotidiane (e umanissime) miserie di Dev, alla fine ridiamo e riflettiamo soprattutto su noi stessi e sulle nostre vite.
Che, viste attraverso gli occhi di Aziz Ansari, hanno se non altro il merito di sembrare un po’ meno ordinarie.