Sinossi: Orhan Sahin torna a Istanbul dopo 20 anni di assenza volontaria. Come editor deve aiutare Deniz Soysal, famoso regista cinematografico, a finire la scrittura del suo libro. Ma Orhan rimane intrappolato in una città carica di ricordi rimossi. Si ritrova sempre più coinvolto nei legami con i famigliari e gli amici di Deniz che sono anche i protagonisti del libro che il regista deve terminare…
Recensione: Per il titolo del suo nuovo film, che segna il ritorno in patria del regista turco naturalizzato in Italia – a vent’anni dall’uscita del suo primo film Hamam-il bagno turco e a tre anni dall’ultimo, Allacciate le cinture -, Ferzan Ozpetek sceglie il colore ‘Rosso’, un tipo particolare di rosso, quello dei tramonti e degli orizzonti della sua città, e lo associa al nome ‘Istanbul’, come a descrivere una sfumatura unica e particolare, quel Rosso Istanbul suggerito dalla madre del regista, da poco scomparsa e alla quale il nuovo film è dedicato. In realtà Ozpetek utilizza lo stesso titolo, e parti della storia, di un suo libro, pubblicato nel 2013 con Mondadori, dove si alternano fantasia e racconto autobiografico. Nostalgica e dolente per certi versi, contemporanea e vitalissima per altri, Istanbul è sicuramente la protagonista assoluta della riflessiva e potente pellicola che Ozpetek ha regalato al suo pubblico: le immagini ricorrenti delle navi e dei traghetti sul Bosforo, i rumori della città in presa diretta (gabbiani, trivelle, sirene, motori, muezzin), le magnifiche case dei protagonisti (antiche o moderne), le proteste delle madri curde in piazza, i luoghi che cambiano aspetto.
All’interno di questa cornice s’inserisce una storia, misteriosa e interessante, che prende spunto dal ritorno in terra turca di Orhan Sahin, noto editor fuggito a Londra 20 anni prima, richiamato da Deniz Soysal, un vecchio amico, scrittore e regista cinematografico affermato, per lavorare all’uscita di un libro. La permanenza di Orhan presso lo splendido e decadente “yali” – una dimora tipica affacciata sul Bosforo – della famiglia di Deniz, l’improvvisa scomparsa dell’amico regista dopo una festa nei nuovi grattacieli della città ed un bicchiere di troppo, l’affacciarsi sulla scena degli amici più cari del regista (il tormentato Yusuf, la bellissima Neval) e dei suoi familiari (la mamma comprensiva e preoccupata; la vecchia governante parte integrante della casa; la giovane lavoratrice domestica che vive il dramma dei familiari profughi), i cui destini si intrecciano in un ordito per nulla scontato, danno vita ad un’opera della maturità di Ozpetek, che s’interroga sulla vita, i sentimenti, il futuro (di un popolo e degli individui che lo abitano), la morte.
“Tornando a Istanbul per un periodo più lungo – ha raccontato Ozpetek – ho preso atto delle tante trasformazioni in corso e mi sono domandato: quanto resterà così la città? Cambierà umore, atmosfera? E quanto dureranno le persone che ci sono? Per questo ho inserito nella prima immagine una data, quella del 13 Maggio 2016, per chiarire che la mia rappresentazione, il mio racconto, era stato fatto a partire da quel giorno. I rumori della città fanno essi stessi da colonna sonora al film integrandosi con le musiche vere e proprie (di Giovanni Taviani e Carmelo Travia, n.d.r.)”.
I protagonisti del film, e lo stesso regista, si scambiano continuamente ruoli ed identità, c’è tanto di Orhan, Deniz e Yusuf in Ferzan e viceversa: la casa avita con i mobili coperti ed il trasloco imminente, le consuete zie sfacciate ed adorabili, il desco imbandito dalle pietanze locali segno di accoglienza e convivialità, il senso di colpa che riaffiora in chi torna per i comportamenti di un passato lontanissimo, i familiari rimasti in patria le cui storie sono rimaste segrete, la sofferenza dell’amore non corrisposto o infedele, il desiderio di cambiare vita per sempre, la forza del legame amicale al di sopra di tutto. Deniz/Ferzan plasma caratteri e destini dei suoi personaggi e ne riprogetta le vite, o sospende il giudizio ed attende che siano i protagonisti stessi a prendere parte alle decisioni che li riguardano, come nel caso di Neval e Deniz.
“Volevo che l’atmosfera della città passasse attraverso i sentimenti delle persone, i colori, i legami – ha sottolineato il regista – mentre non volevo, ad esempio, raccontare esplicitamente gli scontri, o dichiarare certi fatti accaduti, ma far passare l’attuale situazione di sospensione, sociale e politica, attraverso immagini apparentemente di passaggio (ad esempio le ‘madri del sabato’). Se avessi girato oggi forse avrei inserito qualche elemento di angoscia in più. Se ne Il bagno turco raccontavo un mondo sapendo che non ci sarebbe stato più, anche nel rapporto Oriente/Occidente, ora racconto come le cose stanno cambiando”.
Tutto è reso credibile dallo spessore degli attori scelti da Ozpetek, poco noti in Italia ma vere e proprie star in patria (Tuba Büyüküstün, Halit Ergenç, Mehmet Günsür, Nejat Isler, fra gli altri), la cui capacità interpretativa e di empatia emotiva passa attraverso gli sguardi, il non-detto ed una perfetta capacità di riempire lo spazio cinematografico, disegnato dalla regia quasi almodovariana di Ozpetek e dalla magistrale fotografia dell’italiano Gian Filippo Torricelli. Prodotto da Tilde Corsi e Gianni Romoli, Rosso Istanbul è una coproduzione italo-turca di R&C Produzioni, Faros Film con Rai Cinema, BKM, Imaj.
Elisabetta Colla