Al 28° Trieste Film Festival il Premio Alpe Adria Cinema al Miglior documentario in concorso è andato a Communion (Komunia) della regista polacca Anna Zamecka, quadretto per niente idilliaco e invero emotivamente forte di una famiglia disfunzionale dove, in pratica, è la quattordicenne Ola a dover badare al padre alcolizzato e a un fratello autistico, mentre la madre vive altrove e se ne sbatte altamente, non facendosi quasi mai vedere.
Argomento tosto. Riprese molto efficaci. Tuttavia in più di una scena si affaccia l’impressione che si tratti di un lavoro troppo costruito, con personaggi genuini, sì, ma guidati in qualche modo da una mano registica eccessivamente visibile nel gestirli e nel mettere in scena il loro disagio. Sarà per questo, sarà perché di documentari d’ambito “sociale” ne avevamo visti altri ancora più incisivi, ma sta di fatto che a Trieste le nostre preferenze si erano già orientate verso un lavoro diversissimo nel soggetto e nella forma: The Woman and the Glacier (Moteris ir Ledynas) del lituano Audrius Stonys.
Del resto si sta qui parlando di un grande regista: figura di spicco non solo nel panorama baltico, Audrius Stonys, i cui precedenti lavori hanno circolato parecchio nei festival ricevendo svariati premi, è film-maker esperto che dà sempre grande valore alla composizione della singola inquadratura e alla costruzione formale dell’opera.
Tali qualità rifulgono come gemme lucenti in The Woman and the Glacier. Il pretesto è dato dalla presenza solitaria della scienziata lituana Aušra Revutaite in una stazione glaciologica del Kazakistan, a quota 3500 metri, presso le montagne Tian Shan. Ci vive completamente sola, anzi, non proprio completamente: a farle compagnia un cane e un bel gattone. La buffa interazione tra i due animali è peraltro un valido intermezzo ludico, ben inserito nella poliedrica struttura del documentario.
Alla bellezza delle immagini girate da Audrius Stonys si alterna la riproposizione dei filmati di repertorio, che, dando vita a uno stimolante parallelo, raccontano di passate missioni scientifiche insediatesi nella zona. Il risultato è un lavoro che riecheggia le migliori opere documentarie di Herzog, nel tessere quella trama preziosa in cui il dialogo tra l’elemento naturale e la presenza umana non è mai qualcosa di scontato. Vieppiù lo scorrere del tempo in questo ambiente remoto stimola riflessioni dal retrogusto tarkovskiano. E la stessa rilevanza dei silenzi, quei silenzi che sono come il nostro ammutolire di fronte alla continua, preoccupante regressione del ghiacciaio, un ghiacciaio che tra una trentina d’anni potrebbe persino essersi dissolto nel nulla, è scelta formale che rimanda di sguincio alla poetica di altri autori importanti dell’Europa Orientale. Il primo che ci viene in mente è anch’egli lituano: Šarūnas Bartas.
La solennità dell’opera viene peraltro turbata da poche voci, voci petulanti, sgradevoli: quelle di una coppia di turisti che attraversa il ghiacciaio, facendo tanto rumore e continuando a farsi fotografare in pose pacchiane. L’evidente sconcerto di Audrius Stonys nel filmare la loro dissonante presenza fa senz’altro rima col disagio dello spettatore, nell’osservarli. A nostro avviso non poteva esserci sigillo migliore per lo splendido The Woman and the Glacier della mesta icasticità di tale monito.