Il secondo lungometraggio dell’austro-argentino Lukas Valenta Rinner si è rivelato una sorpresa inaspettata. Los Decentes, in concorso principale, utilizza la bellissima arte dei tableaux vivants per raccontare i dialoghi che l’uomo intrattiene col corpo, la sterilità (stupida e obbligata) delle relazioni interpersonali e il forte divario tra classi sociali. Il regista ha voluto riportare la ormai stra-abusata rivalità tra borghesia e proletariato (basti pensare a Il buio nella mente di Claude Chabrol col duo Huppert–Bonnaire) con variegature dal sapore nerissimo e iperviolento, attraverso ideologie ormai troppo distanti tra loro e per questo inconciliabili se non con gesti estremi, drastici, fine a se stessi.
La bruttina Belén viene ingaggiata come donna di servizio presso la villetta della ricca Diana, borghese radical chic che abita in un elegantissimo quartiere residenziale (stile Wisteria Lane) fuori Buenos Aires. Proprio accanto a questa zona, vive recintata da filo elettrificato una comunità di nudisti. Per puro caso e all’inizio riluttante, Belén scopre questa strana realtà proprio a pochi passi da casa, rifiuta definitivamente le proposte sentimentali del guardiano del quartiere («Belén, tu mi piaci molto» «Bene.», un dialogo che ricorda molto la pagina Facebook Amori sfigati) e gradualmente si lascia trascinare dalla filosofia nudista. Con gli altri compagni, la ragazza entra nella sensuale alchimia della carnalità, del tantrismo puro, degli orgasmi intensificati attraverso l’astinenza sessuale e del soddisfacente sesso di gruppo.
Il giovane Valenta Rinner è riuscito nella scommessa di trasportare sullo schermo una storia per tre quarti pulita, asettica, inquadrata nella sua (a)normalità, che vede Belén portabandiera di un’instabilità apparentemente innocua (forse per il suo essere taciturna a livelli patologici o per il suo sguardo spiritato, come quello di una povera un’anima vagante) fino agli ultimi minuti poco prima della conclusione, dove tutto si ribalta inaspettatamente, un colpo di teatro che ti arriva alla pari di una secchiata d’acqua gelata, creando forte disorientamento a chi osserva in sala. Il giovane regista ha voluto “burlarsi” dello spettatore attraverso un efficace gioco ai limiti del metacinematografico o del patchwork, dando così l’impressione di un finale parossistico cucito su un racconto totalmente differente.
Nota di merito per la bravissima Iride Mockert, che con la sua buffa inquietudine ti strappa applausi e sorrisi, soprattutto durante la memorabile posa botticelliana: «È estremamente versatile», spiega Valenta Rinner, «riesce ad apparire così insignificante e successivamente così bella, prosperosa come una Venere».
Francesco Foschini