Gli edifici parlano, le architetture prendono vita, assumono connotati organici, come se fossero esseri viventi che interagiscono attivamente con il contesto urbano adiacente, con il pubblico che ne solca i corridoi e con le opere che sono in essi contenute. Wim Wenders idea questo tentativo di dare voce alle strutture più innovative che assolvono alla funzione di far vivere la cultura, l’arte, o, come nel caso del carcere di Halden in Norvegia, al compito di rieducare chi si è macchiato di qualche reato. Il rapporto tra ‘luogo’ e ‘oggetto’ non cessa di provocare un acceso dibattito, laddove ci si è spesso chiesti se la formula museale sia davvero la più adatta a valorizzare un’opera d’arte, a fornire la massima intensità al momento fruitivo, operazione che non è necessariamente ancorata a uno spazio istituzionale, il quale, l’esperienza l’ha insegnato, spesso si può rivelare controproducente, nella misura in cui la dislocazione è capace di liberare nuovi orizzonti percettivi, avvicinando il pubblico e rendendo orizzontale il momento della relazione comunitaria con quanto viene esposto alla vista.
I sei capitoli in cui è diviso il consistente documentario (159’) scandiscono una vivace topologia in cui ogni edificio presentato (si comincia con la Filarmonica di Berlino di Wim Wenders) prende la parola e si presenta allo spettatore, guidandolo al proprio interno, facendogli conoscere i sottili legami che mettono in relazione i diversi spazi, in un’osmosi con una ricca attività antropica che fa diventare il luogo un super organismo, dotato di un’anima, ma destinato a vivere assai più a lungo di chi lo ha creato-progettato. Colpisce che tra i vari episodi (La Filarmonica di Berlino, La Biblioteca Nazionale Russa, Il Salk Institute, La Oslo Opera House e Il Centre Pompidoi) ci sia spazio, come già notato nell’introduzione, anche per la presentazione del carcere di massima sicurezza di Halden in Norvegia, un penitenziario così all’avanguardia che, per la modernità della sua struttura, sembra un albergo. Michael Madesen, l’autore del documentario, infatti, ci ricorda con un lapidario prologo che assai spesso caserme, ospedali e carceri si assomigliano, allertandoci sulla necessità di scampare la trappola delle società disciplinari, quelle in cui si deputano determinati luoghi alla rieducazione dei soggetti. Ma se è vero, come diceva Gilles Deleuze che la postmodernità segna il passaggio alle società del controllo, e dunque al superamento degli spazi istituzionali previsti in precedenza, non si potrebbe forse, per analogia, estendere questa smaterializzazione anche a quei luoghi destinati all’esposizione dell’opere? Non si fraintenda, è chiaro che il passato necessiti cura e conservazione, che la memoria dev’essere preservata, ma per quanto riguarda la creatività del futuro, forse che la logica museale non si riveli totalmente anacronistica?
Wim Wenders, Michale Glawogger (bellissima la sua incursione nella Biblioteca Nazionale Russa, dove ancora domina incontrastato il cartaceo, tutto quel materiale necessario alla catalogazione), Michael Madsen, Robert Redford (un po’ bolso e retorico il suo sguardo sul Salk Institute), Margreth Olin e Karim Ainouz ci conducono all’interno dei luoghi, svelandone i misteriosi meccanismi, accompagnandoci per mano in un’esperienza significativa, giacché ciò che viene esaltata è la dimensione laica della fruizione, sebbene, chi scrive lo ripete, il futuro sembra orientato verso altre direzioni.
Pubblicato da Mustang Entertainment e distribuito da CG Entertainment, Le cattedrali della cultura è disponibile in dvd in formato 1.78:1 con audio in italiano (DD 5.1) e sottotitoli per non udenti opzionabili.
Luca Biscontini
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