Why? Il dolore di città rese macerie
Ecco che ci troviamo nella seconda rassegna dedicata al Nuovo Cinema Palestina. Sempre al Pordenone DOCS Fest XVIII edizione. Vengono proposti tre brevi film-testimonianza: Why? di Monica Maurer, 1982, Children without childhood, Khadijeh Habashneh, 1980, e Ma’loul Celebrates its Destruction di Michel Khleifi, 1984. Tutti e tre trattano la violenza israeliana nei confronti del popolo palestinese: il massacro di Tel al-Zaatar nell’estate del 1976, la cancellazione di Ma’loul dalla mappa dopo il cosiddetto “giorno d’indipendenza” di Israele post 1948, e appunto, l’assedio di Beirut del 1982.
Siamo al punto di partenza
Le domande sono tante, ma fondamentalmente sono tutte riassumibili in: corpi giovani mutilati, bruciati, massacrati, o peggio ancora, senza più un briciolo di vita nello sguardo. Hanno perso tutto. Non solamente le case, le loro piccole cose, ma come ci ricorda Paolo Antonio d’Andrea a presentazione dei film-testimonianza della regista Maurer, tutto è stato spazzato via, e tutto ciò “che rimane sono i ricordi. La posizione delle vecchie case. La memoria che poi verrà tramandata, e ricordata, si spera, dalla generazione successiva […]. Dei tre, il più poetico è sicuramente il ricordo di Ma’loul […]”: un anziano viene riportato in quella che era la sua città natale. La riconosce a stento. Lo sguardo si fa bambino: forse vede ancora se stesso giocare all’ombra di quegli ulivi sotto un sole estivo. Poi ecco che irrompe…
Un attacco d’ira
Ecco che irrompe nel suo volto quella che si dice rabbia. Ma è molto di più. Risentimento. È il sentirsi stranieri nella propria terra. Cacciati dalle proprie case a fucilate. Cosa fare dunque se non ricordare? Direbbe Marcel Proust. Ma caro Marcel, qui i bambini soffrono ancora tra una risata e l’altra, e gli anziani muoiono lontani dalla loro terra. Sarebbe stato come dirti di scrivere la Recherche lontano da camera tua e dal tuo letto. Non è una bella cosa. Le labbra dell’anziano hanno la bava alla bocca, si riescono a scorgere ai lati.
Dopo la visione di questi tre film-testimonianza della rassegna Nuovo Cinema Palestina, rimane un senso di angoscia : si vorrebbe dire di andare a prendere un caffè, che è tutta roba del passato. È un documentario. È di altri tempi. Poi ci si ricorda che è ancora così. E senza giudicare nessuno si pensa davvero a che cosa sia il documentario, a cosa serva. È un tipo di arte che ci fa riflettere. Ci pone domande scomode. Molto scomode. Necessarie però, così come è necessario conoscere una brutale verità. Cerchiamo di ricordare cosa disse Flaubert a riguardo: “Ama l’arte; fra tutte le menzogne, è ancora quella che mente di meno“. E dunque ricordiamo il dolore, che forse, anche da laici, è la cosa più sacra che possiamo fare.