Pordenone Docs Fest

‘Eyes of Gaza’: “Sveglia, Occidente!”

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Eyes of Gaza: l’Inferno in Terra Promessa

Ecco che seguiamo tre giornalisti palestinesi, nel nord di Gaza, sopravvivere all’interno dell’occhio del ciclone della guerra tra Israele e Hamas. Nessun altro conflitto, però, come questo, ha ucciso così tanti giornalisti: “[…] siamo già a duecento. Per non contare che sono sotto i mirini dell’esercito israeliano.” Così ci dice, subito dopo il documentario, il regista Mahmoud Atassi. Nei suoi occhi si vedono macerie, bambini morti avvolti in tappeti inzuppati di sangue, e bombe che cadono come foglie autunnali.

Che cosa stiamo guardando?

Marco Fortunato, il Presidente del Cinemazero, ci accoglie tutti con un caloroso benvenuto. Dà inizio al Pordenone DOCS Fest XVIII Edizione. Penso già a come iniziare questa recensione. Le luci si spengono. Iniziano le prime immagini, riprese da una telecamera da cellulare, che mostrano bombardamenti su Gaza. O meglio: sulle macerie, sulle persone impolverate. Inizio ad avvertire i primi disagi: ambulanze che fuggono da bombardamenti. Non dovrebbero essere protette dall’accordo di Ginevra? Sia loro che i giornalisti? Vedo giornalisti presi di mira da bombe, scappare dalla morte per un pelo. Mi dimentico delle parole da scrivere. I morti non riesco più a contarli. Uno dei tre giornalisti è diventato da poco padre: scherza con i colleghi in quell’inferno. Per le strade i bambini sorridono ancora, usando le gomme sgonfie per saltarci dentro. C’è speranza, allora. Nella scena seguente siamo di notte: un uomo esce da un taxi con in braccio un bambino. Si dirige in ospedale, la telecamera entra e mostra altri tre bambini seduti su un lettino d’ospedale. Sono tutti sotto attacco. I bambini piangono freneticamente. Uno di loro invoca la madre. Sembrano vedere cose che noi a malapena riusciamo a scorgere con il nostro viso pallido, fisso sullo schermo. Non sento più la poltrona in cui sono seduto. Dissolvenza in nero. Penso alle parole da scrivere per la recensione: ma ce ne sono davvero? Qui non si apre solamente il problema della rappresentabilità del male e dei morti, suffragato da Susan Sontag, ma un ampissimo dibattito sul documentario, sulla responsabilità di noi spettatori, su cosa stiamo guardando, e che cosa, una volta usciti dalla sala, possiamo fare.

Post-Visione di Eyes of Gaza

Intervista al regista Mahmoud Atassi: un signore domanda se i giornalisti non debbano essere laici durante il loro lavoro (nel documentario tutti e tre, come ne è della loro cultura, invocano spesso Allah). Il regista risponde che quei giornalisti rischiano la vita ogni secondo, e l’unica cosa che gli copre le spalle è Dio. Sono esseri umani anche loro. Lo stesso signore, che mi ha ricordato Oriana Fallaci, chiede di Hamas, cosa ne pensa. Il regista replica che in quella situazione di guerra, in cui nessuno ti copre le spalle, nessuno “[…]Stato, nessuno ti salva, né salva i tuoi cari, tua sorella o tuo fratello. Chi dovrebbe combattere per te? Tu solo diventi la risposta, e dunque forse sì, forse anche io avrei abbracciato un fucile se nessun altro avrebbe protetto me o i miei cari […]” Applausi. Un lungo brivido mi pervade la schiena. Non riesco a comprendere appieno tutto ciò che sta accadendo: tutto questo va oltre il documentario; sarebbe stato più facile guardare un documentario sul processo di Norimberga, i giudizi dopo sono sempre a freddo e non ci riguardano mai.

Il silenzio degli Innocenti

Ma ora che cosa pensare? Che cosa fare? Forse, come diceva Tiziano Terzani, fermare tutto. Cercare di capire in che direzione stiamo andando. Quello che dice il regista però, è che anche durante questa riflessione occidentale, i bambini, a Gaza, continuano a piangere lacrime di sangue.

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