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Festival Cinema Africano, Asia e America Latina

‘Santosh’, le cupe verità del film acclamato in occidente e censurato in India

Una giovane recluta della polizia indiana, si ritrova coinvolta nelle indagini per il caso di stupro di una ragazza 'intoccabile'. Tra la corruzione e i demoni di una società retrograda e patriarcale Santosh lotta per una verità irraggiungibile. Recensione del premiato (e censurato) film indiano vincitore del 34esimo FESCAAAL

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Santosh (Santoṣ) della promettente regista Sandhya Suri si presenta come un fulmine a ciel sereno in un panorama cinematografico dominato da storie di rivalsa, lotta e sensibilizzazione, imponendosi come una delle opere più riuscite, in questo ambito, della stagione.

A testimoniarlo non sono solamente le critiche positive ricevute su un palcoscenico prestigioso come quello di Cannes, o la scelta del Regno Unito di candidarlo alla corsa per l’Oscar al miglior film straniero, in veste di paese di produzione. Santosh è un film ricchissimo di temi, chiavi di lettura, spunti di riflessione ed è narrativamente avvincente, trainato dalla performance della sua carismatica protagonista, Shahana Goswami.

Santosh è il film vincitore del 34esimo FESCAAAL, festival del cinema Africano, d’Asia e America Latina, nella sezione principale, ‘Finestre sul mondo’ con il merito di “averci rapiti per la sua sottile intensità, il suo controllo emotivo e il rifiuto di offrire risposte facili“, come spiega la giuria.

Santi e peccatori

Nelle zone rurali dell’India del Nord, Santosh (Shahana Goswami) è una recluta della polizia, incarico che le viene assegnato in quanto vedova di un ufficiale deceduto. Ben presto, si trova coinvolta in un’indagine sullo stupro e l’omicidio di una ragazza intoccabile. Al suo fianco, la carismatica investigatrice Sharma (Sunita Rajwar) lotta contro un mondo corrotto e patriarcale. Al centro anche la crescente discriminazione nei confronti dei musulmani e le ripercussioni del sistema delle caste sulle moderne politiche identitarie.

Per quanto la trama lo possa far pensare, Santosh non vuole dare una visione univoca e lapidaria sulla situazione sociale e delle istituzioni in india, presenta semmai un affresco limpido e senza peli sulla lingua di cosa affligge l’integrità del paese, muovendosi in una zona grigia fatta di sicurezze che si frantumano, opinioni che si ribaltano e colpi di scena, che siano relativi alle indagini o alla morale di un personaggio. Nulla è certo, nessuno è vittima o colpevole se non di fronte al più duro dei giudizi, la morte.

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Shahana Goswami in Santosh (Sandhya Suri, 2024)

Quando lo scheletro esce dall’armadio

La morte è ciò che porta Santosh ad entrare nel corpo di polizia, ciò che le fa scoprire il marcio che condiziona quel mondo e che la spinge a cercare una verità più grande di lei; ogni cosa nel film ruota intorno alla morte e sono proprio i deceduti a cambiare le sorti di chi vive e abita quelle zone dell’India, come se quella famosa livella di cui ci parlano a scuola qui non avesse valore, e sono le violenze di cui si macchia la polizia per punire i presunti colpevoli o malcapitati l’unica vera legge, l’unico grado di separazione tra questo mondo e quello dell’aldilà.

E proprio a causa delle brutalità di cui quotidianamente la polizia indiana si macchia, centrale nei risvolti di trama di Santosh, insieme ad altri temi delicati come il patriarcato stagnante, le lacune giuridiche, la scarsa qualità della vita e un sistema di caste ancora dominante, che il film è stato definitivamente censurato in patria. Santosh non ha paura di mettere in luce un paese complesso e radicale, dipinto come caotico anche oltre le strade trafficate di Mumbai, un caos lontano da quello rumoroso, delle metropoli inquinate, ma più subdolo e che si insinua nella mente e nello stile di vita delle persone.

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Sunita Rajwar in Santosh (Sandhya Suri, 2024)

Un’India diversa, che fatica ad accettarsi

Suri sceglie come ambientazione per Santosh il verdeggiante stato dell’Uttar Pradesh, nell’india settentrionale, un luogo umido e per la maggior parte di stampo rurale, inospitale per chi non è abituato a certe latitudini. Le radure dell’Uttar Pradesh rappresentano una delle tante zone dimenticate dal governo di Nuova Dheli abbandonate a un destino sempre più incerto e vittime di un sottosviluppo, latente in un paese arretrato fuori dai grandi centri metropolitani

Il fumoso, spirituale casolare al centro della radura, capace di richiamare alla memoria i grandi classici di Pupi Avati, il pozzo misterioso in cui cani, gatti e ragazze hanno la pessima abitudine di “cadere dentro”, i tanti personaggi schivi e di poche parole con cui Santosh e la collega Sharma hanno a che fare, contribuiscono a donare al film un look inaspettatamente noir e intrigante, non certo quello che ci si aspetta da una produzione indiana.

Un cinema indiano lontano dalla patinata commedia bolliwoodiana, graffiante, elegante e stupefacente. Santosh è l’esempio perfetto dell’affermazione di questa corrente mai totalmente espressa. Un successo avviato con la presentazione nella sezione Un Certain Regard al Festival di Cannes 2024 e successivamente consacrato con la candidatura da parte del Regno Unito agli Oscar di quest’anno come miglior film internazionale. A quel punto Santosh avrebbe dovuto approdare nelle sale indiane, ma la censura definitiva l’ha impedito, in particolare la Central Board of Film Certification (CBFC) ne ha bloccato l’uscita imponendo pesanti tagli alle parti più critiche nei confronti delle forze dell’ordine, snaturandone di fatto il contenuto con un atto semplicemente inaccettabile.

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Shahana Goswami in Santosh (Sandhya Suri, 2024)

La svolta è dietro l’angolo

Non va dunque sottovalutato il lato investigativo e noir del film; una storia intricata e sorprendente che si muove agilmente tra le ombre delle aree più rurali dell’india e i cavilli più nascosti della sua giustizia. Santosh attrae magneticamente con un susseguirsi di situazioni imprevedibili, da momenti action ad altri squisitamente thriller, dalla spy story all’epopea femminista, dall’elaborazione di un lutto alla parabola di formazione compiuta da una protagonista carismatica e intrigante, imprevedibile e indimenticabile, anima e motore di un film indubbiamente più grande di quanto voglia far credere.

La protagonista, Santoṣ, è un icona, femminista, resiliente, coraggiosa e determinata, ferita ma forte e la sua storia capace di colpire come un pugno nello stomaco, far pensare, spaventare e sperare, la rende indiscutibilmente una delle opere più interessanti e necessarie dell’ultimo periodo; da vedere perché c’è chi non può farlo, da amare e di cui parlare, perché non passi inosservata, inascoltata.

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Santosh (Sandhya Suri, 2024)

Sandhya Suri: un astro in ascesa

Regista e sceneggiatrice anglo-indiana con base a Londra, vince con il suo primo cortometraggio di finzione, The Field, al Toronto International Film Festival 2018 e ottiene una nomination ai BAFTA. Il documentario I for India è stato presentato in concorso al Sundance Film Festival e in oltre 20 festival internazionali, mentre Santosh, Il suo primo lungometraggio di finzione ampiamente acclamato e discusso, è stato sviluppato con il supporto del Sundance Institute, Suri ne è regista e sceneggiatrice.

Suri sta attualmente lavorando a un nuovo progetto basato su un racconto di J.G. Ballard e a una serie TV. Nel 2023 è stata nominata Screen International Star of Tomorrow, e la sua carriera finora sembra confermare questa prestigiosa premessa.

Santosh

  • Anno: 2024
  • Durata: 120'
  • Distribuzione: MK2
  • Genere: Drammatico
  • Nazionalita: Regno Unito, India, Francia, Germania
  • Regia: Sandhya Suri