Rocco Schiavone 6. Il burbero vicequestore di Aosta, interpretato da Marco Giallini, torna su Rai 2 con un’intensa sesta stagione. La serie nata dai romanzi di Antonio Manzini, co-sceneggiatore della fiction, è una delle più apprezzate del palinsesto Rai, non solo per la cifra stilistica di un attore talmente addentro al personaggio da non vederne i confronti tra l’uno e l’altro. Rocco Schiavone è una conferma sempre rinnovata di come la serialità sia foriera di grande qualità.
In una chiave ancora sorprendente, il livello si alza quando il racconto intreccia un giallo dai temi delicatissimi e che metterà a dura prova lo staff di Schiavone con il tentativo del vicequestore di chiudere i conti con il suo passato. Insieme a lui, felici di ritrovare Alberto Lo Porto, Massimiliano Caprara, Christian Ginepro, Gino Nardella, Massimo Reale e Lorenza Indovina. Sempre presenti gli amici romani, ovvero Tullio Sorrentino, Mirko Frezza e Francesco Acquaroli. Per la prima volta, invece, nel ruolo di Marina l’attrice Miriam Dalmazio che sostituisce Isabella Ragonese e Paolo Bernardini nei panni di Italo (precedentemente interpretato da Ernesto D’Argenio).
Disponibile su Raiplay dal 19 febbraio.
Di cosa parla Rocco Schiavone 6
La sesta stagione ruota intorno ad un caso molto complesso che impatterà emotivamente sull’intera squadra di Schiavone. Con il ritrovamento delle ossa di un bambino nel bosco di Saint Nicolas, si apre un’indagine vecchia di sei anni che porta a galla una storia di pedofilia. Eppure questo non è l’unico elemento tensivo del capitolo 6: Rocco sarà costretto a recarsi in Sudamerica alla ricerca dell’amico Furio, partito per affrontare in un faccia a faccia Sebastiano, misteriosamente scomparso. Insieme a Brizio, Schiavone intraprende un viaggio non solo fisico verso la risoluzione dei suoi irrisolti interiori, in una linea temporale che torna dal presente al passato verso un futuro incerto.
Marco Giallini impressiona per la sua bravura nei panni del vicequestore di Aosta
Talvolta accade qualcosa di magico: un attore si fonde con il suo personaggio fino a non distinguerne più i confini. Ecco perché possiamo affermare a gran voce che Rocco Schiavone non esisterebbe senza Marco Giallini. Nella sesta stagione, questo assioma si conferma imperituro, rinnovando non solo l’abilità performativa di un attore che ha ancora molto da donare al suo personaggio, ma anche il contrario. Il burbero e irresistibile vicequestore di Aosta, tenero e romantico soltanto nei colloqui con sua moglie che gli appare in alcune visioni, è un protagonista inedito nelle serie poliziesche per tridimensionalità e capacità di rompere gli schemi.
In questo capitolo lo troviamo anche visivamente emaciato, spento e “senza futuro”, come lui spesso afferma, in una stagione che i più hanno definito “della disillusione”. I solchi sul volto, i lunghissimi silenzi, la rassegnazione alternata, questa volta raramente, al riconoscibile cinismo, svelano caratteristiche sorprendenti di un attore-personaggio a cui lo spettatore continua ad affezionarsi.
Non un solo viaggio
Questa stagione, sicuramente più cupa delle precedenti, ha l’ambizione di una doppia struttura volta a tenere insieme due percorsi differenti del protagonista, entrambi verso mete sconosciute. Da una parte, il caso da risolvere, che lascia sbigottiti tutti e che, ad ogni passo, sembra girare in tondo e non arrivare mai ad una conclusione. Dall’altra, la vicenda dolorosa, oltre ogni immaginazione, della morte della moglie, una ferita ancora aperta, e del tradimento di un amico, verso un futuro incerto che persevera nel fare capolino nella vita di Rocco. La vita, nonostante tutto.
Le scelte stilistiche di regia e di scrittura corrispondono appieno a questo intento narrativo. La trama si stringe intorno al personaggio principale, sacrificando l’elemento corale della serie, così tanto apprezzato finora, al fine di prediligere – per esagerazione – un unico primo piano visivo, psicologico e descrittivo di Schiavone. La messa in parentesi del nodo relazionale e affettivo del protagonista che, pur rifuggendo questa sfera dell’esistenza, in realtà vi si aggrappa teneramente, è indicativa, in maniera esaustiva e dirompente, della piega intimistica e disincantata della serie, che vede Schiavone realmente solo o quasi. L’oscurità corrisponde simbolicamente alla trasformazione del dolore del protagonista, che in questa fase raggiunge l’apice e arriva, senza intermediari, al cuore dello spettatore.
Sola la strada percorsa e da percorrere
Eppure, l’itinerario verso il groviglio vitale e mortifero di Schiavone, in viaggio verso la fine del suo mondo, che anticipa costantemente in un corpo che vibra di questa fine, avviene in compagnia di Brizio alla ricerca di Furio che è all’inseguimento di Sebastiano. Nella corda che unisce i quattro amici, anche il tempo viene tenuto incredibilmente insieme, unendo passato e presente. La stagione, nel suo epilogo, si tramuta in un road-movie mosso dal chi e non dal cosa. È, infatti, nella sua conclusione, che il viaggio spariglia la meta e resta solo la strada, percorsa e da percorrere, in “direzione ostinata e contraria” rispetto a qualsiasi previsione.
Sono Diletta e qui puoi trovare altri miei articoli