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Conversation

‘Luce’ conversazione con Silvia Luzi e Luca Bellino

Luce racconta il mistero che ogni essere umano porta con se. Nel ruolo della protagonista Marianna Fontana è strepitosa

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Dopo l’anteprima mondiale al Festival di Locarno, e il passaggio ad  Alice nella Città arriva nelle sale Luce di Silvia Luzi e Luca Bellino con una strepitosa Marianna Fontana. Del film abbiamo parlato con i due registi.

Luce è distribuito nella sale italiane da Barz and Hippo.

Luce di Silvia Luzi e Luca Bellino

Il film si apre quando ancora scorrono i titoli di testa con un’immagine “sonora” in cui dallo schermo nero si propaga il rumore prodotto da una serie insistente di colpi.

Luca Bellino: Se ricordi nel film a un certo punto c’è una voce che dice: “noi siamo fatti così, abbiamo questa cosa che ci batte dentro, e non si ferma, non si ferma mai”. Ecco, la scena di cui parli significa proprio questo. Rispetto alla sua collocazione noi crediamo che i titoli di testa e di coda facciano parte del film perché quando scriviamo pensiamo già all’apertura e alla chiusura come parti integranti della sceneggiatura e del racconto.

Considerato che si tratta di una scena destinata a tornare in una versione non oscurata, quella che scorre sui titoli di testa diventa il simbolo della condizione della protagonista, costretta a confrontarsi con i fantasmi della propria esistenza all’interno di una realtà opprimente e claustrofobica. La sequenza ha anche un altro significato, rimandando al sottotesto del film, quello che riflette sullo statuto dell’immagine.

Luca Bellino: Assolutamente. Se ricordi, Il Cratere si apriva con Sharon che ripeteva una lezione scolastica sul realismo. In questo caso abbiamo fatto un salto in avanti perché fin dall’apertura si racconta come in qualche modo le informazioni contenute all’interno delle immagini possano essere sottratte allo spettatore allo scopo di coinvolgerlo ancora di più nella storia. Parliamo di una forma di realismo più ambiziosa del vedere la realtà perché quest’ultima è il risultato di come appare nella testa di chi guarda. Per farlo servono tutte le armi che il cinema ti dà ed è questo ciò che abbiamo provato a fare.

Informazioni sottratte: guardare vs essere guardati

A proposito di informazioni sottratte allo spettatore, nel film lo sono quelle dei cellulari, delle video camere e dei computer dei personaggi che salvo un’eccezione importante non riusciamo mai a vedere. Peraltro una messa in scena di questo tipo ha la capacità di rendere materico l’isolamento della protagonista perché la mancata condivisione delle informazioni di cui è a conoscenza la rende ancora più sola ai nostri occhi.

Luca Bellino: Ti ringrazio perché hai colto due aspetti fondamentali che in qualche modo sono stati trascurati da chi ha visto il film. Per noi infatti l’aggettivo materico occupa una posizione centrale rispetto a quello che cerchiamo di fare. Rendere materica l’immaterialità del cinema è la sfida che ci poniamo. L’altro aspetto è che la condizione del personaggio è tale da accomunarci tutti. L’alienazione dell’operaio in fabbrica, per esempio, ha molte similitudini con l’isolamento dei lavori intellettuali di oggi, quelli che si svolgono davanti a un monitor. Dopodiché la via di fuga trovata dalla protagonista attraverso le conversazioni con la voce che le parla al cellulare è molto simile a quelle che trovano tanti ragazzi sui social. La vita parallela, la seconda vita, la vita inventata è forse la chiave per leggere questo momento storico.

Un altro aspetto importante del film è lo scarto tra guardare ed essere guardati. Anche in quel caso si tratta di una caratteristica della modernità: per esempio quella dei social dove spiamo e siamo spiati. Succede così anche alla protagonista di Luce.

Silvia Luzi: Sì, le succede nella vita parallela che si inventa quando inizia a parlare con la voce, ma anche in quella lavorativa quando viene osservata dal padrone. Lo stesso accade quando parla al telefono con questa voce, tanto che la vediamo spesso girarsi di scatto avendo idea di essere spiata. La stessa voce in qualche modo esprime la sensazione di essere continuamente controllata condividendo con la protagonista la necessità di evasione da una realtà opprimente.

Ho trovato affascinante la dialettica tra l’intangibilità della realtà e la marcata fisiognomica dei personaggi presenti nel film. Da una parte abbiamo due personaggi fantasmatici come lo è la voce e in parte la protagonista, dall’altra la carnalità dei volti e dei corpi presenti all’interno del film. Sono due facce della stessa medaglia.

Luca Bellino: Ma certo, totalmente. In realtà anche quello di Marianna Fontana è un corpo. Forse per lei sarebbe stato più facile esplodere di tanto in tanto, invece abbiamo lavorato di sottrazione in maniera da trasformare il corpo in materia. Il suo è sempre controllato da qualcuno, che siano gli altri operai o il padrone della fabbrica in cui lavora. Magari non li vedi ma ne senti l’energia.

Silvia Luzi: Sì, è un film fatto sicuramente di volti e di assenze. L’intera drammaturgia del film è costruita sul fuoricampo e dunque su qualcosa che non c’è o comunque è intangibile. A volte lo si percepisce, te ne rimane addosso la sensazione. Può essere il capo reparto che ti osserva da lontano e di cui gli operai sentono lo sguardo. Oppure la voce di cui la protagonista attende la chiamata. D’altro canto ci sono invece cose tangibilissime come il rumore del ferro che si oppone all’intangibilità della voce.

Alcuni elementi di Luce di Silvia Luzi e Luca Bellino

Il rumore che scandisce il lavoro degli operai dentro la fabbrica trova spazio in un’immagine molto evocativa, quella in cui vediamo Marianna ripresa di schiena mentre indugia davanti a una sorta di macchina rotativa che scorre in maniera frenetica. Un connubio che, per effetto dello schiacciamento visivo, dà vita a una sorta di fusione uomo-macchina che rimanda alla disumanizzazione della cosiddetta forza lavoro.

Silvia Luzi: Proprio così. In più la ripetizione del movimento dà vita a una situazione davvero ipnotica.

Luca Bellino: Esagerando, diciamo che per tutto quello che succede, Luce è un film sul carcere perché, pur non vedendolo mai, quest’ultimo è rintracciabile nelle situazioni che accadono ai personaggi. L’immagine di Marianna davanti al bottale ne è un esempio, con lei costretta a restare lì per ore aspettando che la macchina finisca di lavare le pelli.

Nella sequenza che segue i titoli di testa l’unica figura che non risulta sfocata è quella della protagonista che però si trova a latere rispetto al centro dell’inquadratura. Più della linea narrativa a essere importante in quel passaggio è la messa in scena del primo dei tanti depistaggi presenti nel film. Anche il rapporto tra testo e sottotesto ne è pieno.

Silvia Luzi: Quell’immagine si diverte a giocare con lo spettatore cercando di fuorviarne lo sguardo. Succede quando il fotografo cerca di sistemare il gruppo di persone che sta davanti all’obiettivo e poi quasi per caso dice a una di queste di spostarsi un po’ più in là.

Luca Bellino: La stessa cosa succede subito dopo in fabbrica, dove non vediamo subito Marianna, ma ne cogliamo la presenza solo in un secondo momento. Tutto questo rientra anche in un grande gioco sui generi che abbiamo fatto in scrittura perché sebbene il movimento della mdp è forse più ambizioso di quello che si potrebbe trovare in una commedia di ambiente partenopeo, la situazione non è molto dissimile da quello che si vede nei vari post di cerimonie simili a quella del film o che si trovano in Gomorra. Il problema semmai è come sviluppi e cosa vedi all’interno di quelle situazioni, o forse cosa vuoi vedere. L’idea del movimento di macchina che va a incontrare e non a scoprire il personaggio di Marianna ci dice proprio questo, ovvero che all’interno di tutti i mondi ci sono sempre diversi modi di guardare che poi sta a noi registi tradurre in racconto.

L’ultima scena

Così succede con una delle ultime scene del film, quella in cui per la prima volta lo spettatore vede la stessa cosa che guarda Marianna, ovvero l’immagine di lei filmata dal drone nel corso della festa che apre il film. Un’eccezione non casuale perché si tratta di una sequenza decisiva, quella in cui la protagonista porta a compimento il suo percorso di conoscenza. In questo senso è come se il nostro sguardo fosse chiamato a oggettivare l’esistenza di Marianna mettendo fine alla sua ricerca intima e personale. Tant’è che nell’immagine che chiude il film smettete per la prima volta di seguirla restituendola al suo privato.

Silvia Luzi: Si è riconosciuta, ma per la prima volta si accorge di essere osservata perché si è vista guardata mentre non ne era cosciente. Ritorniamo a quel discorso che facevamo prima su noi che crediamo di controllare gli altri mentre invece succede il contrario.

Luca Bellino: Lì c’è stata anche l’idea di usare il drone e l’immagine da esso creata per quello che realmente è, cioè un’arma. Il fotografo si vendica del rifiuto di Marianna nell’unico modo possibile e cioè attraverso un’altra immagine che diventa parte del film, ma che ha girato lui. Il fotografo di fatto è l’ennesimo regista all’interno del film ed è una figura chiave perché in qualche modo è il contraltare di Marianna: è la possibilità di una vita alternativa che poteva essere stata e che non è.

Silvia Luzi: È anche quello che fondamentalmente la mette di fronte al momento in cui lei ha scelto di utilizzare il drone per osservare cosa si nasconde oltre il muro che circonda il carcere.

Un gesto, quest’ultimo, il cui significato è condensato in una delle scene più emblematiche, quella in cui la solitudine del personaggio viene amplificata dal fatto di riprenderla sola davanti al muro oltre il quale ha fatto volare il drone con la complicità del fotografo. Il limite alla nostra volontà di vedere è rappresentato proprio da quel muro che impedisce alla ragazza di conoscere cosa c’è dietro.    

Luca Bellino: Certo, è proprio quello come pure la volontà di vedere oltre quel muro o ancora meglio di vedere proiettati i tuoi sogni su quel muro come fa il cinema.

Silvia Luzi: Il drone è il messaggio della bottiglia che lei decide di lanciare. Il muro di fronte a lei è destinato a ritornare perché quando lei perde il gatto e scende in strada, aprendo il portone si ritrova davanti a un muro.

Muri nel film di Silvia Luzi e Luca Bellino

Anche il bottale, che il personaggio di Marianna si trova di fronte, è una sorta di muro.

Sì, anche quello, nel corso della storia ci sono sempre dei muri a rimarcare i significati che abbiamo detto sopra.

Succede anche quando filmate la ragazza all’interno della sua abitazione in cui il mondo esterno percepito oltre i vetri dell’appartamento appare sfocato e lontano, quintessenza di quel mondo alternativo in cui si muove la protagonista. Anche quello è un muro che non permette collegamento tra dentro e fuori.

Silvia Luzi: L’unico collegamento è il telefono. Non esiste nessun rapporto tra la fabbrica e ciò che c’è fuori, così come tra vita personale e vita pubblica. In questo senso la voce diventa l’unica possibilità di relazione tra interno ed esterno. Non per niente la casa è immersa in una serie di suoni che rimandano alla vita fuori campo che finisce per condizionare la ragazza. Facendo procedere il racconto per ellissi non vediamo mai chi o cosa la condiziona, ma ne sentiamo la presenza attraverso i suoni di cui il film è pieno. Essendo un film sul fuori campo i rumori erano fondamentali anche per scrivere la sceneggiatura. Per farlo ci siamo avvalsi di un sound designer.

In una delle scene finali vediamo il personaggio di Marianna bere avidamente del latte. A quel punto il pensiero va alle parole dell’operaia che dice alla ragazza di lasciarne un po’ fuori dalla porta per far tornare il gatto fuggito da casa. Ragionando per analogia il gesto di Marianna segnala il suo ritorno a casa e cioè la fine della ricerca che l’ha portata a ritrovare se stessa.

Luca Bellino: Quello che dici c’è sicuramente nel film. Una cosa che ci siamo immaginati è che per recuperare la tua identità non devi più aver bisogno di nessuno e che quindi devi essere capace di allattarti.

Silvia Luzi: Però c’è anche quello che dici tu perché alla fine lei è simile al gatto che ritrova la strada di casa nel momento in cui torna a bere quel latte.

Il corpo della protagonista

Per come viene messo in scena il corpo di Marianna c’era il rischio di trasformarlo in un oggetto del desiderio e dunque di farlo rientrare in un prodotto di consumo alla pari di quelli che popolano l’immaginario contemporaneo. Al contrario in Luce il corpo della protagonista è più immaginato che visto.

Luca Bellino: Il desiderio nasce proprio dal nascondere l’oggetto della nostra attenzione.

Silvia Luzi: In qualche modo era successa la stessa cosa con Sharon ne Il Cratere considerando che lì la cosa era più complessa perché lei era una bambina. In entrambi i casi abbiamo optato per una delicatezza dello sguardo sia quando la scena è cruda, sia quando volevamo stabilire il limite da non oltrepassare nel racconto dei personaggi. Nel caso di Luce il corpo della donna è al servizio di una catena di montaggio quindi di una situazione che non lascia spazio ad alcun tipo di sensualità anche se nel suo rapporto con la voce potrebbe adombrarsi un filo di desiderio e di passione. Ovviamente non è mai esplicitato però lo si può sentire.

E voli lo fate trasparire non tanto dalla postura del corpo di Marianna né dall’immagine che questo dà di sé, ma dal tono delle voci dei due interlocutori.

Silvia Luzi: Tante volte lei risponde con tono ammiccante come può esserlo una bambina con il suo papà.

Luca Bellino: Anche perché poi la voce veramente erotica è quella di Tommaso Ragno.

Anche in Luce, come ne Il Cratere, riproponete un rapporto, quello tra padre e figlia, fatto di attrazione e repulsione. 

Silvia Luzi: Sì, c’è un’altra volta il rapporto tra una giovane donna e il potere rappresentato dal padre, ma in questo caso anche dal padrone della fabbrica. Dunque c’è sicuramente questo rapporto tra il femminile e il potere. Luca ama moltissimo dire che il potere è maschio e la rivoluzione è femmina. Si tratta di un rapporto ambiguo così com’è nella realtà e parlo sia di quello con il padre sia di quello con il potere. In entrambi i casi ne hai desiderio e allo stesso tempo ne sei intimorito. È qualcosa di cui sei affascinato, ma anche impaurito, Di certo c’è un non so che di erotico nel senso più alto del termine.

Marianna Fontana protagonista di Luce

Per Marianna Fontana si trattava di affrontare un ruolo in cui doveva mettere in scena questa immensa stratificazione. In particolare vi chiedo se nella preparazione del personaggio è stata resa consapevole di tutto questo o se avete preferito farlo solo in parte.

Luca Bellino: Marianna ha fatto il percorso insieme a noi senza conoscere la sceneggiatura. L’abbiamo scelta perché abbiamo capito subito che aveva dentro molto di più di quello che aveva già dato. È bastato un suo sorriso per convincerci a prenderla anche perché nei suoi film non succede praticamente mai. Insomma, è bastato quello per aprirci un mondo nel quale abbiamo capito che potevamo stare bene insieme. Da lì in poi il percorso è stato molto complesso perché ovviamente dovevamo farle comprendere tutta la stratificazione che avevamo in mente. La prima cosa è stata quella di tuffarla nella realtà, il che ha voluto dire lavorare in fabbrica per quattro mesi dalle cinque del mattino alle sei del pomeriggio. Gli altri operai non la conoscevano quindi diciamo che ha subito l’accoglienza tipica dell’ultima arrivata alla quale lei comunque non si è sottratta. Lì ha costruito una parte del personaggio, quella fatta di alienazione, di tempo trascorso, di fatica, di gambe che ti fanno male, di dinamiche strane. Di umiliazioni, perché la fabbrica è una società nella società, fatta anche di punizioni. Per dire quanto il percorso compiuto da Marianna sia una cosa più unica che rara in Italia ho ricevuto un biglietto da Tommaso Ragno in cui mi confessava di invidiare Marianna per la possibilità di effettuare una preparazione del genere.

Silvia Luzi: Poi, Carlo, è chiaro che Marianna poteva sembrare diversa rispetto a quello che noi stavamo cercando, ma con un potenziale fortissimo. Da lì abbiamo deciso di lavorare insieme come fosse una danza. Abbiamo fatto tante prove lavorando di sottrazione e cercando ogni volta di limare sempre un po’ di più nella consapevolezza di avere davanti a noi una cera, ovvero un’attrice che è bello dirigere per la sue capacità di plasmarsi alle necessità del personaggio.

Luca Bellino: La cosa sorprendente è che sia riuscita a interpretare questo ruolo avendo un bagaglio di vita che teoricamente non era sufficiente per interpretare il personaggio. Invece lei ce l’ha fatta.

Silvia Luzi: Si è creata un’alchimia incredibile. Marianna non solo aveva a che fare con un ruolo difficilissimo, basti pensare alla memoria necessaria per fare tutti i piani sequenza, ma anche alle condizioni climatiche in cui ha girato. Era inverno, faceva freddissimo e abbiamo filmato soprattutto la notte. In più c’era il fatto di confrontarsi con attori non professionisti, il che non è mai facile.

In Luce Marianna Fontana riesce a incarnare il mistero che ogni persona porta con sé.

Silvia Luzi: Sì, era quello che cercavamo. Attraverso micro movimenti doveva far diventare il suo volto un paesaggio, il paesaggio del film. E io spero davvero che questa interpretazione le restituisca tutto quello che ha dato, spero che per lei arrivino i riconoscimenti che merita.

Sono assolutamente d’accordo con voi. Abbiamo parlato di rarità. Lo è anche quella di Tommaso Ragno che ha rinunciato al proprio corpo per interpretate la voce che parla con Marianna. Non è scontato per un grande attore come lui. O forse sì.

Silvia Luzi: Negli ultimi tempi a parte Vermiglio Tommaso era stato ingabbiato in ruoli forse troppo simili. Qui invece ha accettato una sfida difficilissima perché lui era comunque un corpo. La sua voce infatti doveva descrivere ed esternare tutte cose che aveva compresso dentro di sé e quindi anche l’urgenza del parlare perché quando si è in carcere si ha poco tempo. Accettare di interpretare un ruolo senza avere alcun appiglio dalla propria fisicità ha voluto dire mettersi alla prova. Soprattutto per un attore come lui abituato ai palcoscenici teatrali.

Luce d Silvia Luzi e Luca Bellino

  • Anno: 2025
  • Durata: 97'
  • Distribuzione: Barz and hippo
  • Genere: drammatico
  • Nazionalita: italia
  • Regia: Silvia Luzi, Luca Bellino
  • Data di uscita: 23-January-2025

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