È il 1983, quando il regista Marco Ferreri si fa alfiere di un film che continua a fare scandalo: Amore tossico, il primo dei tre lungometraggi di finzione, scritto e diretto da Claudio Caligari, prodotto da un coraggioso Giorgio Nocella e interpretato da ex tossici, come Cesare Feretti, Michela Mioni e la poetessa Patrizia Vicinelli.
Oggi il film potrebbe essere definito un drug movie, un genere abbastanza diffuso in Italia tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta (Eroina di Massimo Pirri), quando in Italia il fenomeno droga inizia a mietere vittime, spesso giovanissime. La miglior definizione di Amore tossico, però, giunge dal suo stesso autore: un viaggio nella periferia sottoproletaria romana post pasoliniana.
Il film è disponibile su Mubi .
Amore tossico, la trama
Le storie di alcuni tossicodipendenti, Cesare, Roberto, Enzo, Massimo, Michela e Debora, e la loro incessante ricerca di una dose di droga fra la spiaggia di Ostia e il quartiere di Centocelle di Roma. Un’esistenza che si potrebbe definire di routine, con abitudini quotidiane incentrate sul consumo di stupefacenti. [Trama ufficiale].
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Caligari e Pasolini
Per trattare Amore tossico, il primo capitolo di una trilogia che trova la sua conclusione solo nel 2015, con Non essere cattivo (Premio Pasinetti alla Mostra Internazionale d’arte Cinematografica), è obbligo fare qualche passo indietro e chiamare in causa Pier Paolo Pasolini, in qualità di romanziere, poeta e regista.
In questa sua opera prima Claudio Caligari compie un viaggio in quel medesimo universo raccontato e mostrato dall’autore di Ragazzi di vita, romanzo che, al pari di Amore tossico, scandalizza, rimovendo ogni forma di filtro con l’obiettivo di restituire la cruda realtà.
La periferia romana torna manifestando tutta la sua violenza. Caligari va oltre e il ricordo di un’epoca ideale, ridotta a rudere in Pasolini, viene del tutto demolito. Al suo posto un paesaggio apocalittico, fatto di macerie, fumo e rifiuti. Quel che resta del poeta di Casarsa è un alone d’angoscia e di morte, come in Accattone, dove albeggia un chiarore sinistro.
In Amore tossico il tormento e il trapasso è preannunciato nel preludio in cui vediamo questi eroi maledetti e scannati avanzare su una spiaggia ricoperta di rifiuti. Alle loro spalle un tramonto malinconico. Il tutto accompagnato da una musica, curata da Detto Mariano, ansiosa e a tratti demoniaca.
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La droga nelle borgate romane
Cesare, Michela, Enzo e Ciopper avanzano verso la cinepresa come spettri alla ricerca disperata della dose giornaliera di eroina. Come il Ricetto, Amerigo e gli atri di Ragazzi di vita, si arrabattano per racimolare pochi spiccioli, ma in loro non c’è più vitalità. I protagonisti di Amore tossico non sono alla ricerca dell’abbuffata di cibo e vino, ma di quella disperata fuga consolatoria, meravigliosa e mortifera dalla realtà apocalittica postpasoliniana.
Eppur, l’opera nasce da un’intenzione di Caligari di fare un film sostanzialmente comico, con lo scopo di trovare delle risposte al dilagante consumo di droga tra i giovani. Alcuni elementi ironici e grotteschi restano all’interno di una narrazione effettuata attraverso una presa diretta della realtà.
Amore tossico è stato girato in poco più di un mese, con una preparazione durata più di un anno. Il regista, che già ha realizzato alcuni cortometraggi documentaristici sulla tossicodipendenza, insieme al sociologo Guido Blumir (coautore della sceneggiatura), inizia a fare un’indagine nelle borgate romane, dove dilaga la droga.
Non è semplice conquistare la fiducia di tossicodipendenti o di chi vive questi posti ai margini della cosiddetta società civile. Ma con tanta pazienza ciò avviene e il duo Calligari-Blumir inizia a scrivere prima il soggetto e poi la sceneggiatura che pare abbia avuto più di dieci stesure, con dei veri tossicodipendenti nelle vesti di consulenti, per rispettare il più possibile la realtà.
Così nasce un film di finzione, composto da fatti di fantasia, ma del tutto aderenti alla realtà. Quest’ultima viene braccata, esposta con uno sguardo ravvicinato, come quando Cesare, Enzo e Ciopper si affannano per mettere insieme due spicci per uno schizzo.
Il rito del buco
La macchina da presa è contigua ai personaggi, si ha l’impressione che tocchi i corpi, cattura il loro respiro, la smania di desiderio verso quel elisir di piacere e morte. E poi arriva il momento del buco. Un rito che si ripete con dei precetti fissi: la bollitura della sostanza, l’aggiunta della goccia di limone, il filtro, le siringhe e infine l’ago che penetra in vena. Un rito appunto, basato sulla condivisione di un trip, dove l’angoscia sembra allentarsi a vantaggio di risate e gang fisiche, come il mostrare le parte intime ai passeggeri di un treno.
Il rito del buco torna più di una volta, estratti del reale tradotte in immagini filmiche girate con non poche difficoltà. In più di un’occasione, lo stesso Caligari ha dichiarato di aver chiesto consulenza a esponenti della magistratura i quali lo avrebbero informato sulle pesanti conseguenze legali sulla possibile presenza di droghe sul set, opzione, già esclusa dallo stesso regista. I personaggi di Amore tossico, comunque, si iniettano una sostanza, che altro non è che acqua distillata. In altri casi, invece, quando si vede un liquido nero che richiama il brown, un tipo di eroina diffuso all’epoca, si è usato un disintossicante, che ha creato qualche malcontento in alcuni componenti del cast che facevano ancora uso di droghe. È il caso della scena in cui Loredana si buca al collo usando un specchietto retrovisore di un’automobile, girata con l’ausilio di un altro grande specchio posto fuori campo.
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Il gergo
In questi immagini che, indubbiamente, possono impressionare un pubblico particolarmente sensibile, si percepisce la volontà di Claudio Caligari di realizzare un’opera con un’alta vocazione realistica che rasenta lo studio sociologico e antropologico del fenomeno droga. Inclinazione confermata da un attento uso del gergo che, ancora una volta, richiama in causa i romanzi di Pier Paolo Pasolini.
Ma se in Ragazzi di vita e Una vita violenta viene usato esclusivamente il gergo delle borgate romane, in Amore tossico avviene una specie di stratificazione linguistica. Il romanesco rimane la base e sulle sue fondamenta vengono costruiti almeno altri due gerghi, come quello relativo al mondo della tossicodipendenza e della microcriminalità.
Al primo appartengono termini del tipo: spade (siringhe), schizzo o buste (eroina); al secondo, invece, chiusura (rapina), strappo (scippo) e pezzi (pistole). L’uso di questo gergo, o meglio “multigergo”, è utilizzato in modo disinvolto e sempre realistico:
“Se lo beccano glie fanno la chiave de cioccolato”.
L’accoglienza
La tematica di Amore tossico non poteva che scandalizzare e nonostante alcuni riconoscimenti, anche abbastanza importanti, come il Premio speciale opera prima De Sica alla Mostra di Venezia, il Premio speciale al Festival di Valencia e il Premio Miglior attrice protagonista al Festival di San Sebastian, attribuito a Michela Mioni, il film viene stroncato dalla critica.
Un esempio su tutti è quello di Alberto Farassino che su Repubblica definisce Amore Tossico un film senza amore. Incapace di penetrare nel mondo della borgata romana, tantomeno nel problema della droga. Farassino considera il lungometraggio semplicemente un accumulo di gag, dove l’influenza pasoliniana si riduce all’esibizione di quel brutto monumento all’idroscalo di Ostia, mostrato sul finale.
La poetessa Patrizia Vicinelli in Amore tossico
L’ostracismo della critica ufficiale nei confronti Amore tossico è continuata per decenni e solo a distanza di anni il film di Caligari è riuscito ad affermarsi come un’opera significativa del cinema underground italiano e per molti un vero cult. Contrariamente da quello che afferma Farassino, il film deve la sua forza proprio all’influenza pasoliniana, a volte con delle vere e proprie citazioni, come la zuffa tra Cesare e il pappone. Un abbraccio, seppur più violento, molto simile a quello in Accattone. Nell’opera prima di Caligari, poi, sono presente senza dubbio delle gag comiche e grottesche, dietro le quali, però, è presente sempre un spettro mortifero, mirato a denunciare una situazione sociale emergenziale.
Vita e morte si impastano, come nella sintomatica scena dove appare la poetessa Patrizia Vicinelli, anche lei, come Amore tossico, osteggiata dalla critica ufficiale. La Vicinelli interpreta sé stessa e Caligari la fa entrare in scena in uno dei tanti momenti in cui i protagonisti del film si bucano. La poetessa, appartenente al Gruppo 63, ha sconvolto il panorama letterario dell’epoca con le sue originalissime performance di poesia visiva, con eccentrici grammelot, tra luci e ombre, notte e giorno.
In Amore tossico la vediamo stesa su un letto in attesa della dose di eroina. Alle sue spalle una tela con degli schizzi di sangue:
“Questo sì che è quadro vero… fatto di vita, fatto di morte, fatto di sangue”.
Ancora una volta, vita e morte si amalgamano in una miscela illusoria, senza una speranza reale. Illusione, come quella di smettere di bucarsi, che prefigura un esito tragico, per un buco di troppo o di un proiettile che pone fine a una corsa disperata verso un’armonia mai vissuta realmente.