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Approfondimento

Fatica seriale: gli episodi delle serie TV devono durare un’ora?

Seguire le uscite delle serie TV diventa sempre più difficile, ma se il problema fosse la durata degli episodi e non il numero di titoli da recuperare??

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Gli Anelli del Potere - Serie TV

Il grande entusiasmo per la serialità in streaming sta sensibilmente scemando negli ultimi tempi. Gli anni d’oro in cui Netflix pareva un paradiso per gli artisti mediali sono passati (come molte altre cose) nel dopo pandemia, con sempre più cancellazioni e controversie riguardo il furto di proprietà intellettuale e l’utilizzo di intelligenza artificiale per sostituire gli sceneggiatori.

Vale ancora la pena seguire e appassionarsi a una nuova serie?

Le serie “di una volta”

L’idea stessa alla base di una serie televisiva è dare allo spettatore un motivo per tornare a vedere tutti gli episodi. O almeno così era una volta.

La serialità televisiva nacque negli anni ’50 come alternativa al cinema. Serie che coprivano l’intero anno di programmazione con stagioni anche di decine di episodi ed eventuali speciali durante le festività. La maggior parte di queste serie avevano episodi della durata compresa tra i venti e trenta minuti, facilmente inseribili negli orari della gente comune. Ristrettezze tecnologiche di budget e la presenza casalinga del piccolo schermo caratterizzarono la finzione televisiva portandola a concentrarsi sulla scrittura, i dialoghi brillanti e i colpi di scena, piuttosto che su uno stile registico spettacolare.

La televisione doveva essere anche solo “ascoltata”, mentre si cucinava, si studiava o si lavorava alla scrivania. Le sitcom e i “procedural” polizieschi erano di conseguenza i generi più usati: per ogni giorno di programmazione una storia autoconclusiva ma con personaggi riconoscibili. L’affetto per gli attori e attrici si sviluppava nel corso degli anni, come se fossero amici in visita ogni giorno nelle case dei fan. La serializzazione non era la morte dell’arte a tutti i costi. Anzi, autori come Micheal Mann o David Lynch hanno prestato il loro talento al piccolo schermo. Chi inserendovisi seguendo le regole per innovarle, chi per infrangerle.

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L’arrivo della televisione via cavo (it’s not television, it’s HBO!) prima, e dello streaming poi, ha portato insieme al digitale lo stile cinematografico e una scrittura più complessa in serie come Sex and the city, Game of Thrones, Breaking Bad, The Wire o I Soprano.

Netflix and chill?

La filosofia dietro i servizi di streaming quali Netflix e Amazon Prime è la stessa dei fast-food, o degli “all you can eat”. Basta sedersi comodamente, e al piccolo pezzo si possono vedere serviti una moltitudine di prodotti audiovisivi. L’amalgama dei cataloghi abbina sullo stesso piano film, serie, documentari e speciali televisivi, cancellando le specificità di ogni singolo prodotto dentro un grande calderone definito “content”. Se in una sala cinematografica si possono scegliere al massimo un titolo da vedere in una serata tra cinque-sei, l’imbarazzo della scelta nelle liste streaming porta alla nausea come un menù troppo lungo.

Netflix & Chills

La magia è durata cinque anni. Una serie può essere migliore di tutti i film in sala, ma è difficile affezionarsi se otto su dieci vengono cancellate alla seconda stagione. Non tutte le serie poi sono di pari qualità. I produttori si sono fossilizzati sull’idea che ogni serie di successo debba avere episodi lunghi quasi quanto un film, anche quando gli ideatori non avevano una sceneggiatura pronta per questa durata. Di conseguenza dobbiamo sorbirci interminabili scene in cui i personaggi fanno il riepilogo di quello che abbiamo già visto l’ora precedente, o si rinfacciano vicende personali dalla risoluzione prevedibilissima. Intanto lo spettatore si è già addormentato o ha finito la pizza e ha spento il pc. In pratica, il pubblico medio di una piattaforma streaming ricorda spaventosamente i passeggeri impigriti mentalmente e appesantiti fisicamente della nave spaziale di Wall-E.

Serie tv

Alla crisi del cinema tradizionale sta seguendo quella della nuova serialità. Possibile che nell’epoca più produttiva numericamente  della storia dell’intrattenimento, l’industria faccia così fatica a soddisfare il pubblico?

Serie antologica o serializzata?

In realtà le piattaforme di streaming hanno ancora molte gemme preziose, sono solo nascoste sotto un mare di mediocrità. Invincible e Arcane sono due serie nate da proprietà intellettuali non conosciute al grande pubblico, che hanno avuto un veloce successo per l’alto livello di qualità. Le piattaforme non possono però basare il loro business quotato in borsa su così pochi titoli di successo. Serve una nuova formula, o forse, rivisitarne di vecchie.

serie tv

Tra le serie salite recentemente alla ribalta troviamo anche quelle antologiche, che in realtà hanno una certa continuità sulle piattaforme streaming. Il distopico Black Mirror ha fatto il suo debutto sulla N rossa quasi dieci anni fa. Blur Studio ha regalato Love Death Robots a Netflix, e solo due settimane fa, Secret Level ad Amazon Prime Video. L’idea alla base è la stessa classica di Ai Confini della realtà del 1959. Ogni episodio è collegato agli altri soltanto dal genere, dando così una certa libertà creativa a ogni regista e a ogni sceneggiatore. Negli ultimi due casi possiamo parlare di stagioni composte da cortometraggi  di lunghezza variabile piuttosto che da veri e propri episodi. In questo modo, il pubblico è libero di vederli nell’ordine e quando vogliono, senza il rischio di distrarsi o annoiarsi.

Quando meno è meglio

Un’altra possibilità la troviamo in The End of the F***ing World. La serie indipendente britannica venne acquistata nel 2017 da Netflix che produsse anche la seconda stagione uscita nel 2019. Forse proprio l’origine europea e basso budget della serie ha garantito uno stile di scrittura diverso da quello “over the top” e troppo esplicativo di molte serializzazioni americane. La storia di James e Alyssa, due adolescenti disadattati in fuga, appassiona sin dal primo episodio e si ha l’impressione di conoscerli intimamente già prima della fine della prima stagione. La serie si sviluppa a cavallo tra storia di formazione, avventura, introspezione psicologica e anche elementi thriller nella seconda stagione. La durata media di ogni episodio è di una ventina di minuti per due stagioni da otto l’una. In pratica, si può decidere se vederle come una serie tv alla vecchia maniera o come due film neanche troppo lunghi (un’ora e mezza l’una). Non è questo il luogo per una recensione esaustiva, ma possiamo dire che la visione di The End of the F***ing World è stata per noi una delle più intense esperienze seriali.

The End of the F***ing World' serie tv

Forse è proprio questa la via per salvare lo streaming: meno budget altisonanti, meno pesantezza da franchise, meno minutaggio, meno contenuto, meno “di più”. Più serie agili e leggere da vedere per la loro durata ma non per i contenuti e qualità tecnica. D’altronde, chi ha paura di Alex Lawther e Jessica Barden?

 

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