Sparare alle Angurie arriva al MedFilm Festival dopo un già lungo percorso festivaliero: il film, tra gli altri, è stato selezionato allo Shangai Film Festival.
Diretto da Antonio Donato, giovane autore formatosi alla London Film School – qui in veste di produttrice – il cortometraggio è stato realizzato anche grazie ai fondi della Sardegna film commission, mentre è stato distribuito da Lights On.
Crescere, che fatica
Federico è un ragazzo di vent’anni, timido, un po’ imbranato. Si trova in vacanza con il padre ed il fratello, apparentemente distanti da lui.
Papà Aurelio è infatti un uomo esigente, rigido, espressione ideale di maschio tradizionale. Il fratello fa di tutto per compiacere le sue aspettative, coincidendo perfettamente con la volontà del padre: si allena, si prostra, esegue. Questo cozza irrimediabilmente con la sensibilità di Federico che, pur non subendone l’influenza, ansioso e inadeguato, cerca disperato l’affetto del padre, senza però rispondere alle sue pretese. Quando però si presenta l’occasione di un confronto, durante un’insolita cena, Federico scopre che suo padre non è poi tanto maschio come vuole far credere.

Gli uomini faranno di tutto per non andare in terapia
Riprendendo un ormai famoso trend social, la dimensione psico-evolutiva del maschio – incarcerato nella sua stessa narrativa – emerge qui in Sparare alle Angurie in modo evidente: l’idea di dover dimostrare, performare, obbligarsi. Obbligarsi a narrare sé stessi tramite l’esercizio della forza, sia questa anche figurata.
Il padre Aurelio rappresenta infatti i classici stilemi dell’uomo integro, l’uomo che non deve chiedere mai. Il tratto dominante, la necessità di controllo.
L’elemento della caccia, come retorica del vigore. Lo sguardo severo, la mole possente della sua immagine: tutto in lui concorre all’idea che gli uomini, se hanno un problema, lo risolvono. Non c’è spazio per il sentimento, che annacqua lo spirito dell’uomo, ne inibisce la virilità.
Ma nell’espressione coriacea dell’uomo forte, scorgiamo, anche se impercettibile, il guizzo della malinconia. La consapevolezza di non essersi comunque bastati, per tutta la vita, nonostante la rivendicata indipendenza affettiva: nessun cedimento, nessuna esposizione della propria vulnerabilità, non una carezza. Nessuno potrà mettere in discussione la probità di quest’uomo, eppure, tanta fatica perché? Nascondere il radicato dolore della perdita, dell’inadeguatezza, del fallimento.
Non è contemplato, nella vita di un uomo.
Il figlio dell’uomo
Federico, seppure sembri rappresentarne l’antitesi, rappresenta in realtà la forma pura, verginale del padre. Quando infatti scopriamo l’inganno, la fragilità di quell’apparente infrangibile ostinatezza, non possiamo essere sorpresi: siamo infatti consapevoli di aver assistito ad una rappresentazione, alla messa in scena di una burla. Aurelio è fragile, vulnerabile: scosso dal lutto, sopraffatto dalla responsabilità, cerca rifugio nella reazione adattiva.
Ma la nostra generazione è finalmente consapevole di quanto una nuova risposta ai meccanismi di coping sia necessaria: abbracciarsi, concedersi di essere permeabili al rischio di mostrare il proprio passo claudicante nel difficile cammino della riabilitazione emotiva.
Corrispondenze
Oltre a quella tematica, si distingue qui anche la dimensione estetica: tutto pare immobile, nell’arsore dell’estate italiana. I colori caldi, soffusi dal grading che li rende tempere, si inseriscono armonici nei quadri della camera, che paiono cartoline dipinte. I continui richiami alla perfezione geometrica di Wes Anderson, conferiscono al film quella staticità speculare all’interiorità dei personaggi, necessaria per far coincidere i diversi piani linguistici del testo, sia questo prettamente visivo o drammaturgico.
Infine, la colonna sonora conferisce a Sparare alle Angurie un’ulteriore quiete: la serenità sembra espandersi in tutte le direzioni, come a significare che, nonostante gli affanni e le ripetizioni, lo slancio o la monotonia, il tempo procede disinteressato, l’estate continua.