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Alice nella città

‘Milano’ genitorialità e amicizia in un film toccante

In concorso ad Alice il lungometraggio di debutto di Christina Vandekerckhove

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In concorso ad Alice nella Città, Milano è il lungometraggio di debutto di Christina Vandekerckhove. 

Alice nella Città (mymovies.it)

Cosa racconta il film

Alain (interpretato da Matteo Simoni), è un padre single che cresce il figlio sordo Milano (l’esordiente Basil Wheatley) in un quartiere di case popolari. Mentre Alain si sforza di creare una vita migliore per suo figlio di 11 anni, il loro rapporto si fa teso quando il ragazzo esprime il desiderio di incontrare sua madre biologica.

Milano è un’esplorazione emotiva e poetica della genitorialità e dell’amicizia, fondendo la crudezza della realtà con la sensibilità della finzione.

Interpreti Matteo Simoni, Basil Wheatley.

Un Appello alla Comprensione

Christina Vandekerckhove, fa così il suo ingresso  ad Alice. La regista di Gand, nota per il suo acclamato documentario Rabot, racconta una storia intima che esplora la complessa relazione tra un padre single e suo figlio.

In Milano, Vandekerckhove approfondisce i temi già toccati in Rabot (2017), dove seguiva gli ultimi residenti di tre torri abitative popolari. Ispirata dalla determinazione di genitori che, nonostante le difficoltà, lottano per il benessere dei propri figli, ha dato poi vita a questo suo primo film di finzione.

Il protagonista, Alain, interpretato da Matteo Simoni, si occupa da solo di  suo figlio Milano. Desidera offrirgli una vita migliore rispetto alla sua, ma i suoi sforzi si scontrano con la realtà dei suoi limiti e dei suoi fallimenti. La tensione nella loro relazione aumenta quando Milano esprime il desiderio di incontrare la madre. Milano non è solo un invito alla comprensione, ma dimostra anche il potere del cinema nel dare voce a storie che spesso restano inascoltate.

Una storia intensa che porta in primo piano una questione sempre più attuale: figli divisi tra genitori separati con tutta la rabbia, la tristezza e la commozione che comporta lo smembrare i sentimenti in contesti spesso difficili e dove l’amore è a volte poco. Un esordio che tocca il cuore e che sa scavare nelle profondità dell’animo perchè si allontana da percorsi già visti in altri film con tematiche simili. Non è un finto realismo quello che la Vandekerckove ci propone , ne la consueta storia di infanzia conformista perchè in Milano si coglie non solo la sofferenza e la frustrazione, ma anche la dolcezza, la speranza dietro il silenzioso dolore del protagonista, la cura, l’affetto paterno di questo papà non perfetto, ma molto umano.

Anche se è evidente il senso di impotenza di Alain, si percepisce quanto voglia essere (spesso ci riesce e spesso no) un buon padre pur essendo stato anche lui un figlio difficile. Anche Alain ha avuto un’infanzia dura, lo avvertiamo, e lui stesso ha bisogno di un necessario supporto. Il suo Milano è un bambino diverso che non trova e non troverà facilmente un suo posto nella società e tocca a lui, almeno provarci,  aiutarlo. Milano è consapevole di quanto sia solo un tentativo quello del padre e nel suo non voler parlare non c’è solo l’espressione di un’invalidità fisica; c’è soprattutto la coscienza dell’ instabilità esteriore che lo circonda e lo soffoca e che tenta di dominare e controllare.

Il silenzio diviene metafora di un disagio ma anche scelta di lotta verso un cambiamento, possibile o solo sognato.

Il padre non c’è mai in realtà a casa, lui non ha possibilità di scelta su molte cose e, non parlando,  esprime così a suo modo una volontà più che un’impotenza fisica (bravo Basil nel rendere il mondo interiore di Milano).

Una Collaborazione Unica

La regista ha sempre cercato di affrontare temi significativi. Dopo aver conseguito il diploma al KASK con l’emozionante Home Video (2001), ha lavorato come regista per la televisione e il teatro. Il suo film di debutto, Rabot, ha riscosso un grande successo, vincendo il FFG North Sea Publieksprijs e l’Ensor per il Miglior Documentario. Con i cortometraggi premiati Mia (2020) e Stella (2020), ha fatto i suoi primi passi nel cinema di finzione, raccontando le storie di una infermiera e di un detenuto che dimentica il compleanno della figlia.

Con Milano, Vandekerckhove non solo segna il suo esordio nel lungometraggio di finzione, ma introduce anche una novità importante: è il primo film belga in cui un attore sordo interpreta il ruolo principale e la Lingua dei Segni Fiamminga è ampiamente presente. Grazie al supporto di Visual Box, una casa di produzione specializzata in progetti per e su persone sorde, la regista ha guidato il giovane attore Basil Wheatley nel ruolo del protagonista. Le esperienze di questa collaborazione sono state raccolte in un manuale, finanziato dal Ministero della Cultura fiammingo, per promuovere l’inclusione di persone sorde nell’industria cinematografica.

Anche per Matteo Simoni, che interpreta il padre single, è stata la prima volta su un set in cui la Lingua dei Segni Fiamminga è una delle lingue principali. Dopo successi come Patser (2018), Zillion (2022) e Wil (2023), in Milano offre un’interpretazione più sottile e riconoscibile. Al suo fianco ci sono anche Alexia Depicker, Taeke Nicolaï e Thibaud Dooms. Per il montaggio, la regista ha collaborato con Jan Van der Weken, mentre la colonna sonora è di Stijn Ylode de Gezelle, che ha lavorato precedentemente a Rabot e Mia.

Alice nella città il programma del 18 ottobre

Milano

  • Anno: 2024
  • Durata: 120
  • Distribuzione: Best Friend Forever
  • Nazionalita: Belgio
  • Regia: Christina Vandekerckhove