Citadel: Diana è approdata su Prime Video, nella giornata del 10 ottobre. Nel cast della serie (qui l’intervista ai protagonisti) spicca il ruolo principale di Matilda De Angelis, nei panni di una spia per un’agenzia chiamata Citadel, con base a Milano.
La serie, composta da sei episodi di poco meno di un’ora ciascuno, presenta un chiaro riferimento a quella americana dal titolo Citadel datata 2023.
Milano 2030: la costruzione dei luoghi
Citadel: Diana è ambientata nella Milano del futuro, città a tratti surreale, ma sicuramente interessante. L’anno è il 2030, e lo spettatore si trova subito di fronte a un avanzamento sproporzionato della tecnologia, che ha perso il contatto con qualsiasi forma di etica. Un’immagine su tutte riesce perfettamente a sintetizzare quanto appena scritto: il Duomo – da secoli simbolo della città – per metà distrutto da una bomba. L’immagine è fortemente evocativa della potenza sterminatrice a cui è soggetto il microcosmo della serie, specie se si pensa che da secoli il Duomo è simbolo della città di Milano.
Nel governo del potere della città si distinguono, poi, due agenzie, che si contendono il controllo: da una parte Manticore, e dall’altra – nata per contrastare la prima – Citadel. È interessante notare come entrambe le agenzie di spionaggio siano state create con un intento positivo, e cioè quello di favorire lo sviluppo sano e democratico della vita dei suoi cittadini, salvo poi perdere totalmente l’aderenza a questo ideale.
La trama: un thriller particolarmente riuscito
Matilda De Angelis è la grande protagonista di Citadel: Diana, nel ruolo di Diana Cavalieri, agente 308. Il suo personaggio è costruito con dovizia di particolari, ha uno spessore psicologico che risulta accattivante, e ancora, affatto scontato. Infine, reso inconfondibile dal caratteristico taglio di capelli a caschetto asimmetrico.
Diana, all’indomani della morte dei suoi genitori a causa della caduta di un aereo, farà di tutto per scoprire la verità. Chi ha ucciso i suoi genitori, e per quale motivo? Nella determinata ricerca della verità, Diana s’imbatterà nell’agenzia di spionaggio Citadel, che le promette finalmente giustizia. È solo l’inizio della storia, che è composta da tantissime altre storie. Queste si aprono come fossero botole segrete all’interno di un tunnel sotterraneo, a fornire altri punti di vista e inedite narrazioni dei fatti.
L’esordio di Matilda De Angelis come spia è brillante
Il ruolo di Matilda De Angelis in Citadel: Diana è sicuramente complesso. Dapprima si trova a dover superare un lungo percorso di addestramento per entrare a far parte della squadra di Citadel: è necessario, quindi, sopprimere tutte le emozioni, per evitare che queste intralcino la razionalità. Fino al punto di rottura, che coincide con l’emersione della sfera emotiva del personaggio, che dunque ne verrà travolto e così anche la trama della serie.
Il personaggio di Diana si rivela intimamente trasformativo, e questo è un altro punto a suo favore. La spia non mostra allo spettatore unicamente il suo lavoro presso una delle agenzie più pericolose che si possa immaginare, e insieme competitiva, ma anche il suo lato umano. Che cambia, evolve. Non è un automa, né è caratterizzato da quella rigidità che ci si può aspettare da lavori legati a mansioni quali garanzia di sicurezza, rapporti con servizi segreti, e ancora la necessità di maneggiare armi.
La cinepresa segue Matilda De Angelis, il suo sguardo sulle cose e sul mondo, e si affida con uno slancio di fiducia non indifferente ai movimenti del suo mondo interiore: è proprio quest’ultimo il motore che causa e alimenta i diversi colpi di scena, che riempiono i sei episodi di cui la serie è composta.
Citadel: Diana è riflessione sul concetto di democrazia
Citadel: Diana è una serie che riesce a stimolare profonde riflessioni, specie sul ruolo dei governi e della tecnologia, nel tempo attuale. Sulla possibilità di creare e al tempo stesso promuovere un dialogo vero tra queste due realtà, che possa favorire un cambiamento. Anche in relazione alla qualità di vita delle persone, oltre che della loro sicurezza, in città sempre più popolate e diversificate nelle loro esigenze collettive.
Appare particolarmente interessante la riflessione che viene sviluppata a partire dal concetto di democrazia. Questa è già insita nella scelta di regia di rendere protagoniste due agenzie di spionaggio che hanno assunto il controllo della sicurezza della città, in balìa di una tecnologia violentemente invadente e oppressiva. Che posizione assume la democrazia in una realtà come questa? È ancora possibile? La risposta pare essere offerta da una riflessione, di cui la serie è autrice e insieme portavoce:
“Quelle che dovevano essere le migliori democrazie del pianeta si sono dimostrate deboli, corrotte, in balìa dei grandi gruppi di potere, che non fanno altro che alimentare le disuguaglianze ovunque. Per ogni guerra, ogni carestia, ogni attentato, c’è un sistema che l’ha voluto e un’agenzia ufficiale che l’ha appoggiato”
E infine, tale riflessione viene portata a compimento – pur mostrandosi sempre in evoluzione e perciò aperta a nuove riletture; quindi interessante – dalle singole evoluzioni dei personaggi, dal procedere della trama, e ancora dalle parole e riflessioni dei protagonisti. Il pensiero che nel mondo attuale, oltre a governi di vario tipo e intento, vi sia accanto un potere altro, meno visibile e diversificato nell’uso (la tecnologia), è intrusivo, oltre che palesato. E forse proprio questo tema, per quanto incerto, meriterebbe almeno una singola attenzione personale.