Presentato alla 27esima edizione del Festival Cineambiente, Mango di Randa Ali è un corto che partendo da un albero di manghi ci parla della coesistenza tra naturale e umano, e di come questo legame possa tenere vivo il ricordo di chi ci ha lasciati.
Mango – la trama
Nadia, una giovane egiziana, intraprende un viaggio dalla giungla di cemento del Cairo fino alla casa di campagna dove è cresciuta. Il ricordo del padre defunto e fuggito dalla famiglia anni prima alleggia nell’edificio. Diplomi dell’istituto d’agraria e scatole di vecchie foto non facilitano il lavoro di ripulitura della casa. Sarà un mango, coltivato dal padre per lei e ormai una rarità nell’Egitto distrutto dal caldo, a guarire almeno in parte il dolore della perdita.
Durante il viaggio di ritorno insieme a un amico, l’albero potrebbe essere anche un elemento di svolta.

Spazio e vita
Mango fa della psicogeografia la sua marca stilistica.
Nadia inizia il viaggio in una metropoli gentrificata e asfissiante, ricevendo l’incarico in un grigio ufficio di notai, dove la notizia della morte del padre le è data da un uomo di cui non vediamo neanche il volto. Randa Ali fa un uso accurato di immagini riflesse, sporche, svuotamenti dal fuori campo, inquadrature dal basso di torreggianti grattacieli, fumi che aleggiano nell’aria. Le figure umane sono intrappolate in gabbie di filmico e profilmico. Nella prima parte del corto l’occhio dello spettatore è saturato da un accumulo di forme geometriche e spento da un onnipresente grigiume.
Vedendo queste immagini si percepisce una spersonalizzazione della capitale egiziana. Ci fa solidarizzare con la fuga del padre di Nadia, perché non è più uno spazio a misura di essere umano, ma ancora meno della vita vegetale.

La casa del padre ha caratteristiche simili, ma qualcosa è cambiato. Nadia è ancora incorniciata dalla struttura visibile intorno a sé, ma ha più spazio per muoversi. I colori si fanno più caldi e gli oggetti che riempiono le stanze le appartengono. Sono il suo passato.
Se la città non le chiedeva niente, tranne la sua passività, questo invece è un terreno di dialogo con i suoi ricordi, in cui ha un ruolo alla pari col fantasma di suo padre. Le scene di dialogo avvengono qui in campo-contro campo o con personaggi a cui viene data una parte rilevante dell’inquadratura. Non offuscata dal fuori campo o da elementi che la disumanizzano.
Un mango salverà il mondo
La pianta di manghi è la chiave di volta della vicenda. L’uso di inquadrature molto ravvicinate sulle foglie, i rami e le mani della protagonista che vi si avvinghiano, ci appaiono come una foresta. Un’Eden dove la ragazza ritrova una connessione con la sua infanzia.
La raccolta fa ritornare bambini Nadia e il suo amico, come in uno stato primitivo, ma felice. L’atto umano lavora insieme alla natura, non la uccide e non la sfrutta. Nello scuotere i rami, Nadia raccoglie il frutto della vita di suo padre e il nutrimento che ne trae le permette di perdonarlo, di andare avanti.
Randa Ali suggerisce così che la coesistenza pacifica tra animale e vegetale sia l’unica via per una rinascita fisica e morale dell’essere umano del ventunesimo secolo. Mango non è un corto ambientalista nel senso più didascalico del termine, ma fa dell’umanesimo il suo centro di gravità.
La natura serve all’uomo come l’uomo serve alla natura. Questo legame trascende i più semplici processi fisici di sopravvivenza, ma ciò che rende umano gli esseri umani parte proprio da questo. Come un seme che germoglierà per produrre qualcosa di nuovo.
