Jia Zhang-ke torna a Cannes e dà impulso al Concorso con un notevole lavoro di ricostruzione-rigenerazione visiva: Caught By the Tides riavvolge il nastro di vent’anni di cinema, attingendo con un cut e paste all’archivio dei suoi precedenti film. Una rieditazione che parte dal 2000 per arrivare all’oggi, al Covid. Nel mezzo, una Cina desolante, proiettata verso la propria evoluzione, dove uomini e donne delle regioni più remote del Paese, abbandonati a se stessi, vagano tra gli scheletri urbani e politici del passato, come morti viventi. Tutto è distrutto e in attesa di una ricostruzione che arriverà. Tra miniere chiuse, case della cultura che cadono a pezzi, strade dissestate, si va avanti come si può.
Capodanno 2000, Datong City, Nord della Cina: Qiaoqiao (la certezza Zhao Tao, naturalmente), cantante e modella, è in cerca di un futuro migliore accanto a Bin (Zhubin Li). È il periodo della terza generazione dei capi partito comunista, tutta orientata ai grandi piani di espansione e ricostruzione radicale. Bin va a gestire le demolizioni abitative a Yangtze, ma la sua ‘appaltatrice’ scappa con i contributi pubblici, abbandonandolo alle disastrose conseguenze (Still Life, I figli del fiume Giallo). Anche Qiaoqiao va via, tentando inutilmente di contattare Bin: sembra irraggiungibile, non risponde al cellulare, ai messaggi. Wuhan e il Covid riportano Bin, anziano e con i postumi di un ictus, a Datong. La cassa di un supermercato dove Qiaoqiao lavora permette ai due di ritrovarsi. I percorsi paralleli finalmente si congiungono, ma le cose non sembrano essere cambiate. Qiaoqiao, adesso, è più forte e disillusa.

Un cinema autofagocitante che crea l’altro da sè
Caught by the Tides dimostra quanto Jia Zhang-ke sia padrone del mezzo cinematografico. Gli “scarti” che impiega attraversano differenti formati di ripresa, di inquadratura. Tra vecchio che rinasce e nuovo dell’oggi con lo smartphone e le discrasie visive ed alienanti dei social network, su tutti Tik Tok, Jia Zhang-ke abbraccia la nuova Cina pandemica e bulimica di un’edilizia selvaggia, di un hi-tech che amplifica l’alienazione e il controllo. Un tempo nuovo sta arrivando: Qiaoqiao e Bin e quella rappresentazione stanno morendo. Che Caught by the Tides sia la fine di un ciclo e di un linguaggio visivo per il cineasta cinese?