Il Caso Goldman, film diretto da Cédric Kahn è uno di quei rompicapo che piacciono tanto agli amanti dei legal-movie, o i cosiddetti film giudiziari, che ruotano intorno alla figura di un giudice, un avvocato o un’avvocatessa.
Il film, è stato designato Film della Critica 2024 dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani – SNCCI.
Al cinema dal 23 Maggio con Movies Inspired.
;Le Procès Goldman di Cédric Kahn alla Quinzaine
Come è noto, il genere ha al suo interno, come sottogruppo i court-movie o film processuali.
Il regista parigino ambienta, infatti, l’intera vicenda all’interno dell’aula di un tribunale parigino e lascia che sfilino davanti alla corte testimoni, commissari di polizia, familiari e amici dell’imputato.
Il caso Goldman: un court-movie fedele al genere e ben calibrato
Ma chi è veramente Pierre Godman (Arieh Wolrthalter)? Figlio di ebrei polacchi, il padre eroe della Resistenza, deciso a diventare un rivoluzionario come la madre, vola prima a Cuba dove si unisce all’esercito de El Che, poi in Venezuela per al fianco dei guerriglieri.
Ritorna in Francia, milita nella sinistra estrema francese, ma senza un lavoro, vivacchia compiendo rapine a amano armata danno di piccoli commercianti. Accusato di aver fatto irruzione in una farmacia e aver ucciso due donne, è processato e rischia l’ergastolo.
Autore di un volume autobiografico, diventa in poche settimane l’icona della sinistra intellettuale.

Un imputato insolente e respingente
Nel corso del processo Goldman accusa la polizia e i testimoni di essere razzisti e, disertando i consigli di Georges Kiejman (Arthur Hahari), il suo avvocato difensore, per tutta la durata del processo, si scaglia contro tutti, definendoli fascisti e corrotti.
Kahn, autore dello sbiadito La noia, remake del capolavoro di Damiano Damiani e del convincente Roberto Succo, è abile nel mantenere alta la tensione e di mescolare, sapientemente, testimonianze che inchiodano l’imputato ad altre che lo scagionano e insinuano nei giurati il dubbio.
Ma la cosa più sorprendente ed originale del film, tratto da una storia vera, avvenuta in Francia a metà degli anni Settanta, è nella scelta del regista di descrivere Goldman come una persona che non attira affatto le simpatie dello spettatore, ma è, invece, respingente, rissoso e provocatorio.
Il ritmo del film non cala mai di una tacca e il processo si snoda in maniera fluida e senza intoppi fino al (prevedibile?) finale.
Il clima nell’aula è sempre teso e, se da un lato abbiamo un giudice equilibrato, che tiene a freno i ragazzi di estrema sinistra che di tanto in tanto inneggiano all’innocenza di Goldman, parimenti tacita chi lo accusa di essere un assassino.
Mentre l’avvocato dell’accusa appare dotato di un’irresistibile ironia e, astutamente, provoca Goldman, Kiejman, anche lui ebreo, è forse l’unico personaggio che scatena qualche simpatia perché, febbrilmente, si batte per dimostrare l’innocenza di Goldman.
Il film va anche apprezzato perché sottolinea come i testimoni, generalmente, anche se in buona fede, si convincono di aver visto deli elementi che più che reali, sono immaginati.
L’unica nota stonata, e tirata fin troppo per i capelli, sono i riferimenti al presunto antisemitismo di testimoni e avvocati d’accusa che ogni tanto, sparando nel mucchio, Goldman tira in ballo per portare acqua al suo mulino.