Davy Chou, regista quarantenne nato in Francia da genitori cambogiani fuggiti dal regime degli Khmer rossi, firma con Diamond Island il suo primo lungometraggio di finzione, dopo un paio di cortometraggi e un documentario. Il film è ora disponibile sulla piattaforma streaming Mubi.
Diamond Island, complesso residenziale di lusso sorto su un’isola paludosa
Bora (Sobon Nuon) è un giovane diciottenne cambogiano che lascia il suo villaggio, in cui vive con la madre malata di cuore e la nonna, per cercare fortuna in città. Si trasferisce così a lavorare presso i cantieri edili di Koh Pich, un’isola un tempo paludosa collegata da un ponte alla capitale Phnom Penh e dove sta sorgendo Diamond Island, un imponente e lussuoso complesso immobiliare.
Qui si lega a un gruppo di giovani lavoratori del cantiere, con cui trascorre le serate girovagando per l’isola, bevendo birra e guardando le ragazze, sino a quando non ritrova il fratello maggiore Solei (Cheanick Nov), trasferitosi in città anni prima e di cui aveva perso le tracce.
Bora si rende conto che Solei ha fatto fortuna ma, poiché apparentemente non lavora, sospetta che traffichi in attività illegali quali lo spaccio di droga. Solei, che si sposta su una moto potente in compagnia di una giovane e bella donna, prospetta al fratello di portarlo con lui negli Stati Uniti, grazie all’aiuto che sicuramente offrirà loro il suo “sponsor” americano.
Bora accetta la proposta, affascinato dalla vita lussuosa che conduce Soleil ma, nel suo intimo, rimane il ragazzo semplice che aveva lasciato tempo prima il villaggio e si innamora di Aza (Madeza Chhem), una ragazza conosciuta con il suo gruppo di amici.

Diamond Island è un viaggio verso la disillusione giovanile
Ciò che colpisce in Diamond Island (co-sceneggiato dallo stesso regista e da Claire Maugendre) è la fotografia di Thomas Favel, tesa a mettere in risalto la realtà di un luogo effimero tramite l’utilizzo dei colori saturi delle insegne al neon e delle luci stroboscopiche dei locali notturni in cui Soleil conduce Bora. Un mondo che all’apparenza promette il paradiso ma che, in realtà, offre solo un’illusione. Quella di una vita fatta di agi, contro cui si infrangono i sogni di un giovane proveniente dalle campagne.
Davy Chou, che abbiamo recentemente apprezzato in Ritorno a Seoul, suo secondo lungometraggio dai tratti fortemente autobiografici, è molto bravo nel descrivere una società che sta perdendo la propria identità, tesa a emulare il modello capitalistico dell’Occidente.
Un film in cui viene tratteggiato il ritratto di una generazione disillusa, senza più certezze. Giovani senza più un passato – nel caso di Bora rappresentato dal distacco dal villaggio e dalla madre, che rivedrà solo da morta – e con un futuro illusorio, come illusori sono i colori sgargianti dei neon la notte. Una condizione di incertezza e spaesamento che si può leggere negli occhi del protagonista, che riescono ad accendersi solo durante la giornata passata con Aza, che poi lascerà per rincorrere il suo effimero miraggio.
Un plauso per la recitazione va ai giovani attori tutti non professionisti, reclutati per le strade di Phnom Penh.