Si intitola Rien à perdre , Niente da perdere, il film di Delphine Deloget con protagonista una straordinaria Virginie Efira.
Il film, dopo la sua anteprima al festival francese Rendez-Vous arriverà nelle sale grazie a Wanted Cinema.
Alla regista Delphine Deloget abbiamo fatto alcune domande sul film, sulla sua costruzione e sulle interpretazioni.
Delphine Deloget e il suo Rien à perdre

Vorrei partire dai personaggi, in modo particolare da due perché penso che questo film abbia due protagonisti. È vero che Sylvie è al centro del film e di tutto quello che succede, ma credo che anche il figlio maggiore, Jean Jacques, sia altrettanto importante e interessante. Partirei dal personaggio di Sylvie che è molto particolare e si fa amare soprattutto grazie all’interpretazione di Virginie Efira che regala sfumature importanti. Non sempre si è d’accordo, nel corso del film, con le sue decisioni, spesso troppo di pancia, ma è indubbia la forza che utilizza per farsi valere e far valere le proprie idee. Hai dato delle indicazioni particolari a Virginie Efira?
Sono d’accordo sul fatto che il personaggio di Sylvie sia interessante perché ha delle zone d’ombra che avevo voglia di mostrare. E volevo raccontarla come vittima di un sistema: Sylvie è un’attrice nel senso che è, come tutti, responsabile delle proprie azioni. Non è questione di renderla vittima o troppo fragile economicamente. Ha delle fragilità in generale.
Collegandomi a questo devo dire che per me l’intero film è una storia dove ci sono dei colpevoli, ma, al tempo stesso, è anche la storia di un perdono, di persone che perdono (alla fine tutti sono perdenti in questa storia).
Riguardo alle indicazioni devo dire che è stato interessante trovare per ciascun personaggio le ragioni del comportamento. Per Virginie Efira è stato interessante approfondire il temperamento di Sylvie. Oggi nella società quando si ha un temperamento troppo forte non si ottiene quello che si vuole e abbassare la testa sembra anche un difetto. In realtà questo è un aspetto importante per un personaggio, ma anche per un attore o un’attrice per convincerlo a mostrare delle ambiguità.
Come accennavo, l’altro personaggio che forse è il più reale in assoluto è quello di Jean Jacques che, soprattutto nella scena del concerto, quando si nasconde in bagno, o nella scazzottata per la madre, dimostra di essere autentico. Con lui come hai lavorato? Sei d’accordo nel considerarlo il personaggio più vero?
Riguardo Jean Jacques devo dire che è un personaggio che ho trovato interessante perché è lui che rivela la tematica del film. Lui è anche una buona madre e poi l’amore tra madre e figlio maggiore è messo alla prova. Jean Jacques deve prendere sulle spalle per forza una responsabilità e quando cresce la madre lo lascia partire. Poi è un personaggio che non è passivo e che non subisce la madre, non è una sua vittima, ma anzi dice la sua e parte per cercare il proprio destino. Spesso si è vittime dei genitori, ma con questo film volevo dimostrare che c’è sempre una possibilità di scappare e questa madre alla fine lo lascia scappare per vivere la sua vita.

©David Koska
Tematiche
In effetti il legame tra i due è uno dei temi principali del film.
In realtà la sceneggiatura del film in origine dava molto più spazio a Jean Jacques. Ci si interrogava su come questa relazione poteva resistere a quello che succede. Ma anche su come questa coppia si sarebbe potuta emancipare e come avrebbe risolto i propri problemi. La domanda che sorge spontanea è: forse la società ha ragione?
Poi Jean Jacques ha anche bisogno di staccarsi dalla madre che non ha sempre ragione.
Tutto questo è il vero tema del film.
Anche l’inizio del film è importante da questo punto di vista. C’è una sorta di paragone e parallelismo tra i due. Da una parte vediamo Jean Jacques che sembra scappare con il fratello Sofiane su questo carrello verso una meta sconosciuta e senza un vero motivo e dall’altra parte vediamo Sylvie che lavora in una specie di pub, conducendo una vita molto frenetica. Alla fine è come se fossero posti sullo stesso livello.
Sì, esatto.

Rien à perdre di Delphine Deloget
Una domanda sul titolo. Rien à perdre, che in italiano si traduce con Niente da perdere, penso sia anche la morale del film: non ci sono vincitori né vinti. Il film spinge a lottare per quello che si ama. Non per forza allo stesso modo di Sylvie, ma magari come quello di Jean Jacques. Far valere la propria idea per non doversi recriminare niente perché non c’è niente da perdere.
Sì, bisogna sempre mettersi in discussione e lottare per la propria dignità, anche se si deve passare per una fuga. Dall’altra parte anche la società deve interrogarsi sul perdono. Jean Jacques sceglie il suo destino, anche se forse non è morale perché scappa. Ma decide comunque di reinventarsi fuori.
Forse è qualcosa che si trova spesso nel cinema, ma racconta anche la verità di chi è davvero al limite e ha tanti problemi da aver bisogno di doversi reinventare e continuare una lotta lasciando tutto.

La morale
Ho apprezzato molto la scelta di far terminare il film con questa decisione perché, anche se cinematografica, è anche una metafora della vita. E permette di riflettere su vari temi, un po’ come tutto il film.
Sì, ci sono diversi temi: la storia della famiglia (cos’è la famiglia, il ruolo di una madre), cosa sono le fragilità sociali e come si comporta una società, come nascono gli outsider. Quello che mi piacerebbe venisse fuori è che dovrebbe essere normale avere delle fragilità. Anche perché oggi sono tutti molto insicuri e questa situazione può creare una società sbagliata. Se non si agisce si crea un problema.
Sono Veronica e qui puoi trovare altri miei articoli