Presentato in anteprima all’ultima edizione di Alice nella Città, Eravamo bambini è un revenge movie senza redenzione in cui la violenza non diventa mai spettacolo. Del film abbiamo parlato con il regista Marco Martani.
Prodotto da Minerva Pictures e Wilde Side, società del gruppo Freemantle, in collaborazione con Vision Distribution, Eravamo Bambini arriva nelle sale distribuito da Europictures,

Marco Martani e il suo Eravamo bambini
Decidere di aprire una storia di sangue e vendetta come quella raccontata in Eravamo bambini con il personaggio un po’ naïf come interpretato da Francesco Russo è rappresentativo di un film che fa dell’imprevedibilità un suo tratto distintivo.
Hai colto nel segno, nel senso che l’obiettivo era proprio quello di trasmettere allo spettatore il disagio dei protagonisti attraverso una storia che fino all’ultimo non offrisse appigli per sciogliere il bandolo della matassa. Insieme a Massimiliano Bruno abbiamo pensato di stravolgere il copione evitando di dare a chi guarda quelle certezze che rendono scontati certi film. Volevamo mettere lo spettatore nella condizione di entrare nella storia insieme ai personaggi accompagnandoli nella loro discesa all’inferno. Il personaggio interpretato da Francesco Russo è quello che ha il compito di raccontare la storia diventandone una sorta di testimone. Dapprima sembra quasi autistico e comunque bordeline per poi rivelare una personalità alla Keyser Söze, capace di giocare al gatto con chi crede di metterlo nel sacco.
La struttura del film
Eravamo bambini parla di vite spezzate e, in questo senso, è emblematica la scelta di raccontare la storia attraverso un montaggio costruito su diversi segmenti spazio temporali. Così facendo la forma del film rende visivamente lo stato d’animo dei personaggi, sottratti ai sogni e alle speranze che appartengono di diritto alla gioventù.
È esattamente così, il nostro obiettivo è stato quello di creare una forma che facesse arrivare allo spettatore la condizione esistenziale dei personaggi. Non avevamo voglia di raccontare un film per flashback perché la storia si compone di tre linee temporali che viaggiano in maniera autonoma intersecandosi tra di loro. Non c’è un passaggio tra un flashback e l’altro come non c’è subordinazione tra i vari filoni narrativi, a testimonianza di come il passato sia sempre presente nella testa dei protagonisti.
Un eterno presente, quello vissuto dai protagonisti, che è tale anche per la progressione narrativa che scandisce i diversi segmenti del film.
Sì, quella che tu chiami progressione narrativa era anche l’espediente per far risultare più coinvolgente il film. L’intenzione era di creare una sorta di imbuto in cui le storie finivano per diventare una sola senza che lo spettatore se ne accorgesse.

Il montaggio del film di Marco Martani
In questo senso il montaggio svolge una funzione di coerenza tra sequenze, quelle dei diversi segmenti temporali, che altrimenti farebbero fatica a trovare una logica comune. Anche in questo caso la forma riflette la condizione dei personaggi, destinati a funzionare solo quando riescono a fare fronte comune.
Eravamo consapevoli che raccontare una storia con una struttura non lineare avrebbe potuto creare qualche difficoltà allo spettatore abituato alle narrazioni classiche. Però il bello del cinema è anche quello di concepire film non rassicuranti. Anche se non si vedono da vent’anni i nostri personaggi sono legati tra di loro perché in maniera subliminale è la struttura del film a collegarli uno con l’altro. La sceneggiatura in questo era molto ferrea, poi non ti nascondo che con la montatrice Luciana Pandolfelli c’è stato un ulteriore lavoro in cui abbiamo amalgamato le asperità e i passaggi più vertiginosi. Guardando il film nella sua completezza ti accorgi che ha una linea comune. La stessa Luciana mi faceva notare come ogni sequenza non sia mai autonoma bensì in relazione con il prima e il dopo.
Transizioni narrative
Il risultato sono una serie di transizioni narrative davvero vertiginose e anche rare da vedere.
Senza forti sollecitazioni mi stancherei facilmente di fare quello che faccio da cui il modo di lavorare che ha portato al risultato che hai visto. Mi piace trovare formule nuove e mentre nella commedia in qualche modo sei costretto a seguire degli schemi classici così non succede nel thriller e nel noir. Il monologo di Massimiliano Bruno, da cui è tratto il film, aveva una forza emotiva che andava conservata e il linguaggio cinematografico che abbiamo utilizzato mi pare sia stato capace di non disperderla.
Peraltro questo tipo di montaggio è stato congeniale anche in termini di omissioni narrative perché è riuscito a creare in maniera naturale quei vuoti senza i quali non sareste riusciti a conservare fino all’ultimo il mistero intorno al motivo della reunion dei protagonisti.
Ti ringrazio molto per quello che dici anche perché le tue parole mostrano una lettura molto attenta e non superficiale del lavoro che è stato fatto. In effetti è proprio così, quello che dici era esattamente uno dei nostri obiettivi.

Le caratterizzazione dei personaggi nel film di Marco Martani
A fronte di personalità molto caratterizzate e, dunque, al rischio di avere a che fare con personaggi funzionali alla storia, ma privi di spessore individuale il film è dotato di una narrazione verticale in grado di far emergere aspetti e reazioni non preventivate, come per esempio succede nel caso del personaggio interpretato da Lucrezia Guidone.
Nei film corali il rischio è sempre quello che qualcuno venga messo da parte risultando solo come personaggio funzionale alla storia senza avere un arco narrativo di trasformazione. Per Eravamo bambini non è stato così: ognuno dei ragazzi, e anche l’onorevole Rizzo interpretato da Massimo Popolizio, ha un proprio sviluppo narrativo e psicologico. Per taluni questo si manifesta fin da subito, per altri emerge nel corso della storia.

La violenza
Eravamo bambini è caratterizzato da una drammaturgia cupa e violenta che rifugge ad alcuni cliché tipici del genere. Penso per esempio alla mancanza della catarsi finale, cosa non frequente nel cinema mainstream che invece sente il bisogno di mondare lo spettatore dalla visione della violenza.
In effetti noi volevamo raccontare il concetto di vendetta e la violenza come qualcosa di non liberatorio e perciò capace di superare il cliché del vendicatore senza macchia e senza paura. I film americani, e non solo, esaltano l’eroe che si vendica dei torti subiti, qui invece la violenza è mostrata per quello che è: una cosa inaspettata e brutale, quasi oscena, che provoca enormi ferite.
Nel film la violenza è una sorta di condanna esistenziale.
Totalmente. Una condanna che le vecchie generazioni riversano sulle nuove. Peraltro questo è un aspetto tematico del film, quello per cui le colpe dei padri sono destinate a ricadere sui figli. Così fanno i genitori dei protagonisti quando uno di loro sceglie di violare il patto con il diavolo, così fa l’onorevole Rizzo schiacciando il figlio con la propria personalità. Non a caso il monologo di Massimiliano nasceva dall’osservazione dell’atteggiamento dispotico del nonno nei confronti del padre. In quel caso si trattava di un tipo di violenza culturale, mentre nel film l’utilizzo del thriller e del noir ci ha permesso di trasfigurarla in una forma più cinematografica.
D’altronde il personaggio di Popolizio incanala un atteggiamento molto attuale: parlo della diffidenza dei più giovani nei confronti della politica e dei suoi rappresentanti.
Esatto. L’onorevole Rizzo rappresenta le vecchie classi dirigenti che, non volendo abbandonare il proprio posto, tolgono il futuro ai giovani. Lo vediamo tutti i giorni e il film lo racconta trasfigurandolo con i codici del cinema di genere.
Una cupezza e una conflittualità, quella di Eravamo bambini, che sono lo specchio del nostro tempo. Penso a quello che è successo nel periodo del covid ma anche alla guerra in Ucraina.
Indubbiamente, anche se la storia del film può essere considerata anche un monito perché raccontare la realtà senza edulcorarla e senza costruire false speranze ci dovrebbe mettere in guardia sulle conseguenze di certe scelte.

Gli attori
Oltre che sulla forma il film si regge sulla capacità degli attori di rendere credibile il dramma dei loro alterego e questo succede anche nei ruoli secondari che tu non sottovaluti, ma anzi valorizzi impiegando interpreti di livello come Paola Lavini e Daniele Parisi.
Trattandosi di un film corale la costruzione del cast è stata molto complessa. La difficoltà consisteva anche nel trovare corrispondenza tra la diverse età degli stessi personaggi e dunque nella scelta di attori che, a livello fisiognomico, ma soprattutto caratteriale, offrissero una continuità estetica e drammaturgica. Io poi sono molto rigoroso nella considerazione che anche una semplice battuta, se detta in maniera sbagliata, può compromettere la resa di un’intera sequenza. Per questo ho scelto attori bravi anche per i ruoli più piccoli. È anche merito loro se la tensione della storia si mantiene intatta per tutta la durata del film.
Rispetto ai tuoi trascorsi di sceneggiatore di commedie di successo, come regista prediligi storie di segno opposto. Eravamo bambini fa il paio con Cemento Armato nel segnalare da parte tua l’esistenza di un altro sguardo sulla realtà.
In realtà non seguo le mode ma piuttosto il mio gusto personale. Prima di Eravamo Bambini avevo girato una romantic comedy mentre Cemento Armato era stata un’operazione all’epoca abbastanza fuori dall’ordinario per uno che veniva da successi come Notte prima degli esami e Notte prima degli esami oggi. A me piace molto lavorare con la macchina cinema mentre la commedia, come dicevo prima, ti costringe a muoverti su un terreno più classico anche in termini di scelte fotografiche e di montaggio. A me piace essere più inventivo e, se devo dirti, anche i film comici da me scritti non sono proprio quelli che prediligo come regista.

Il cinema di Marco Martani
Parliamo del tuo cinema di riferimento.
Amo il cinema che è allo stesso tempo popolare e personale come lo è quello di Christopher Nolan, oppure negli anni settanta quello di John Carpenter. In realtà sono un onnivoro che considera Billy Wilder un genio assoluto. Amo la cinematografia classica come quella proveniente dal sud est asiatico poi ho i miei guilty pleasure, cioè quei film che piacciono a pochi ma in cui mi trovo dentro benissimo.