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Conversation

41 Torino Film Festival: conversazione con Steve Della Casa

Al termine del suo mandato come direttore artistico del Torino Film Festival abbiamo conversato con Steve Della Casa provando a fare il consuntivo di un'esperienza che gli ha cambiato la vita

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steve della casa torino

A conclusione del suo mandato come direttore artistico del Torino Film Festival giunto alla sua 41esima edizione abbiamo parlato con Steve Della Casa di un’esperienza che nel corso degli anni ha indirizzato il suo approccio al cinema e forse anche alla vita.

Steve Della Casa e il suo Torino Film Festival

Parlare con te del Torino Film Festival alla fine del tuo secondo e ultimo mandato è qualcosa di epocale anche per quello che ti unisce a questa manifestazione.

Epocale perché penso siano poche le persone che, dopo quarantuno anni, lasciano il festival che hanno contribuito a fondare. Credo sia un piccolo primato, tanto è vero che, quando nell’82 il Festival è nato, io ero già lì. Effettivamente è un’epoca che si chiude, quindi sicuramente un passaggio importante per me e forse per il festival.

Il Torino Film Festival e ancor prima il Festival dei giovani per te sono stati una vera e propria esperienza di vita. Eravate un gruppo di amici che sognava di fare cinema e in qualche modo ci siete riusciti.

Esatto. Io e Roberto Turigliatto lavoravamo al cinema Movie Club, Alberto Barbera era segretario dell’Aiace, ovvero dell’associazione cinema d’essai, e Gianni Rondolino quando ha avuto l’occasione di poter organizzare un festival si è ricordato di noi. Ci siamo dati da fare, ciascuno con le sue competenze, con le sue maniere, le sue ossessioni. È stata una scuola che mi ha cambiato tantissimo la vita anche dal punto di vista personale.

La passione per il cinema

Il Torino Film Festival ha saputo essere più forte delle varie crisi economiche che hanno attraversato la città e il suo territorio in virtù di un seguito basato più sulla passione per il cinema che per quello che gli stava attorno.

Il festival nasce in ambito universitario e questo è stato molto importante per il tipo di approccio che abbiamo avuto rispetto alla sua organizzazione. Questo è successo quando Gianni Rondolino, con cui io, Barbera e Turigliatto ci siamo laureati, ci ha chiamato a organizzare il festival con l’idea di fare una manifestazione che puntasse a un tipo di pubblico simile a quello con cui abitualmente lavoravamo al Movie Club. Da qui la nascita di un’identità che lo rende diverso da tutte le altre manifestazioni in Italia e all’estero. Parliamo di un tratto distintivo che credo sia bene mantenere nel tempo.

Un’identità che vi ha permesso di sopravvivere allorquando avete dovuto affrontare la concorrenza di nuovi festival che, oltre a restringere il campo di scelta dei film, vi hanno costretto a cercare una nuova collocazione temporale.

Per un festival cinematografico è indispensabile avere una continuità in termini di identità e di immagine e noi le abbiamo sempre mantenute. Se alludi alla Festa del Cinema di Roma sul quale Paola Malanga sta facendo un ottimo lavoro, tu sai che quello ha cambiato più volte la sua fisionomia a seconda del direttore artistico che di volta in volta veniva designato. Quello di Rondi non era uguale a quello di Monda mentre per quanto riguarda il Torino Film Festival le personalizzazioni tipiche di ogni direttore sono sempre state fatte in continuità con la tradizione e le caratteristiche della manifestazione.

Steve Della Casa: Torino Film Festival e… Torino

In tal senso la sinergia del festival con la città di Torino emerge anche dalla condivisione dello stesso carattere, di quella concretezza poco vistosa, ma molto efficace che aiuta nei momenti del bisogno. In certi passaggi della sua storia la mancanza di fondi non ha reso facile l’organizzazione del TFF. L’impossibilità di invitare le star però non ha tolto nulla alla natura cinefila dell’evento.

La sinergia con il cinema la città l’ha sempre avuta. Pensa alla tradizione dei cineclub che a Torino va avanti dagli anni cinquanta quando a farli era gente come Paolo Gobetti e ancora Giovanni Conso, ex presidente della corte costituzionale. Si tratta di qualcosa che ha a che fare con l’ambito intellettuale della città. Quando abbiamo aperto il Movie club nel ‘74 ci consideravamo gli ultimi eredi di quella tradizione. Torino prima di altre ha ospitato docenze universitarie di cinema, presiedute da Rondolino e Aristarco. Da questo punto di vista ci siamo inseriti nel solco di una tradizione che c’era già e che è stata capace di formare un pubblico che altre piazze non hanno. Si tratta di una cosa che arriva da lontano e che il Torino Film Festival continua a tramandare alle nuove generazioni.

Un connubio testimoniato anche dal modo in cui il festival si colloca nella struttura cittadina. A parte le sale cinematografiche sparse per la città, a fare da proscenio sono alcuni dei luoghi più belli e importanti come la Reggia di Venaria, il museo del cinema, quello del risorgimento senza dimenticare gli spazi universitari.

Sì, da questo punto di vista il rapporto con la città è molto stretto e funzionale. Parliamo di una relazione che ha sempre innervato e dato forza al festival nel corso degli anni. Da questo punto di vista è un’esperienza per molti versi tipicamente torinese.

Autorialità e intrattenimento

Del lavoro fatto da te e Barbera, di cui fanno parte anche le attività legate al cinema Massimo e al Museo del cinema, fa parte anche un’impostazione volta a eliminare certi steccati con scelte che fin dalla prima ora premiavano la mescolanza di autorialità e intrattenimento. Oggi anche i grandi festival non ne possono più fare a meno.

Quella è veramente la ricetta che serve oggi al cinema perché è abbastanza evidente che, salvo rare eccezioni, la proiezione in sé non è sufficiente per far uscire il pubblico di casa e andare nelle sale. È cioè necessario condire la visione del film con alcuni elementi, potremmo dire extra, come possono esserlo l’incontro con l’autore, la presentazione del film, un certo dibattito che però non sia palloso e cervellotico ma al contrario, capace di offrire un confronto aperto al pubblico. Credo che da questo punto di vista noi abbiamo più o meno anticipato quella che oggi è diventata esigenza indispensabile.

Anche quest’ultima edizione si distingue per un cartellone in cui la ricerca di nuove frontiere convive con l’importanza di radici comuni. In questo caso la retrospettiva di John Wayne coesiste con quelle dedicate a Sergio Citti e al nuovo cinema argentino.

Certo, ma è evidente che è così. Un festival, ma qualsiasi manifestazione culturale per funzionare deve essere “strabica”: deve cioè guardare al passato e al futuro contemporaneamente. È una prospettiva da cui ormai non si può più prescindere. Non puoi pensare di non coltivare la memoria mentre fai ricerche. Le due cose sono molto collegate e ce lo insegna Quentin Tarantino che forse è il maggior regista vivente contemporaneo, uno che metabolizza il passato facendolo diventare attuale. Da questo punto di vista credo che la memoria sia importante in ogni forma artistica e in particolare nel cinema e nella sua storia.

Le retrospettive di Steve Della Casa al Torino Film Festival

Certo che vertigine deve essere stata quella di mettere insieme retrospettive come quelle di John Wayne e Sergio Citti.

Si tratta di sguardi completamente diversi di due autori che meritavano una rivisitazione: John Wayne perché non era solo il bieco reazionario che è stato descritto e Sergio Citti perché non era solo una specie di epigono di Pasolini, ma un autore più completo e importante. Averli messi insieme dipendeva anche dalla comune esigenza di riconsiderarne il lavoro e la collocazione.

Anche la retrospettiva sul nuovo cinema argentino arriva in maniera puntuale nel momento in cui questa cinematografia sta facendo parlare di sé con l’uscita nelle sale di Trenque Lauquen, uno dei film più belli dell’anno.

È proprio lo scopo che ci siamo dati, quello di essere attenti interpreti e diffusori dell’attualità e al tempo stesso di guardare al passato in maniera non convenzionale. Bisogna riscrivere anche un po’ la storia del cinema e noi l’abbiamo sempre fatto.

Del cinema italiano avete presentato tanti titoli, tante opere prime e molti autori nuovi. A questo proposito, anche per quello visto al festival, sei d’accordo con me che il nostro movimento, così tanto vituperato, non stia poi così male come qualcuno vuole far credere? A parte il fenomeno di Paola Cortellesi, dico.

Quello è un luogo comune che circola e che ha anche venature politiche. Per il resto mi sembra sia giunto il momento di sfatarlo una volta per tutte.

Steve Della Casa dopo il Torino Film Festival

Conclusa l’esperienza del Torino Film Festival quali sono i tuoi programmi futuri? L’ultima volta che c’eravamo sentiti mi parlavi di un progressivo distacco dagli impegni ufficiali. 

Sai, non ho più tanta voglia di lavorare, non vorrei morire lavorando. Peraltro non ambisco a farmi cacciare via in malo modo dai posti, ma vorrei farlo con le mie gambe, finché ci riesco. Hollywood Party continuo a farlo e vediamo per quanto. Non vivo di solo lavoro: ho un sacco di interessi che vanno dal calcio alla campagna, quindi non credo che, se smettessi di lavorare, mi annoierei come sembra che succeda ad altri. Quello che di certo non farò sarà il grillo parlante e cioè l’umarell che va in pensione continuando ancora a dispensare consigli a quelli che sono rimasti a lavorare, dicendo loro cosa devono o non devono fare. Siccome a Torino purtroppo qualche esempio c’è io voglio fare l’opposto.

Il cinema di Steve Della Casa

Due parole sul cinema che preferisci.

Il mio regista vivente preferito è Quentin Tarantino perché è uno che sa fare un cinema che parla ai ragazzi, ma che al tempo stesso dimostra di conoscere bene quello degli anni cinquanta, sessanta, settant’anni. Mi piace molto il cinema che arriva dall’estremo oriente. Non sempre tutto è buono, ma negli ultimi anni sono arrivate cose interessanti. Del cinema italiano mi piace quando, come nel caso di Paola Cortellesi o di Riccardo Milani, si recupera la dimensione di commedia per raccontare in maniera seria i problemi contemporanei. È una cosa che lei e Riccardo sanno fare. Sempre per restare nel nostro paese mi piace molto Bellocchio che negli ultimi anni sta vivendo una seconda, straordinaria, giovinezza. Credo sia molto interessante il nuovo cinema francese. Si vede che lì c’è stato un grosso investimento per sviluppare l’industria cinematografica perché come sappiamo poi il cinema è un’industria e ha bisogno di quel tipo di supporto.

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