My Heart Can’t Beat Unless You Tell It To è un film statunitense scritto e diretto da Jonathan Cuartas. Si tratta dell’esordio al lungometraggio del regista di origine colombiana, che si fece notare al Tribeca Film Festival, ottenendo nel 2020 la menzione speciale della Giuria. Un’opera lugubre, dotata di un marchio autoriale tangibile, che si serve della metafora – sibillina – del vampirismo per raccontare una storia familiare nella provincia americana.
Un percorso di due anni dal 2016 al 2018 verso la realizzazione di questo film, anticipato in maniera embrionale dal cortometraggio KIRU. Ben inserita nella culla dell’indie americano, sulla stessa linea di Bones and all per i temi trattati e l’estetica di riferimento, la pellicola è un gioiello che splende di buio, la cui scrittura si approssima al linguaggio letterario.
Prodotta da Jesse R. Brown, Patrick Fugit e Anthony Pedone. Disponibile su Prime Video.
My Heart Can’t Beat Unless You Tell It To | La trama
Tre fratelli vivono nella stessa casa. La luce è soffusa, l’ambientazione è claustrofobica, le finestre sono serrate. Dwight (Patrick Fugit), Jessie (Ingrid Sophie Schram) e Thomas (Owen Campbell) sono uniti dal legame familiare, ma divisi dalla condizione vitale – e mortale – di uno di loro. Thomas, il più giovane, può cibarsi solo di sangue, che gli altri due devono quotidianamente procurarsi. La vita del ragazzo è costellata di rinunce, solitudine e spinte all’evasione, costantemente debellate da Dwight e Jessie.
Patrick Fugit e Ingrid Sophie Schram in una scena del film.
La condizione di Thomas incide negativamente sulle vite di tutti, in un circolo vizioso che spegne ogni desiderio di anomalia. Non basta fingere che sia sempre Natale o cimentarsi quotidianamente in una perfomance musicale al karaoke. La routine che consente a Thomas di sopravvivere è agghianciante. La ricerca della cura non è che il perpetuarsi della malattia. Il fuori non esiste per nessuno (nemmeno per lo spettatore). La famiglia è un nido di dolore e ognuno dei membri è “infelice a modo suo”.
In un equilibrio precarissimo, destinato a crollare senza fondo, un memento mori urla tra le mura domestiche: il cuore non può battere a meno che tu non gli dica di farlo. Quando questa promessa tacita viene meno, non resta che chiudere il cerchio.
My Heart Can’t Beat Unless You Tell It To | La recensione
Intrappolato dentro un 4:3 ruvido e oscuro, My Heart Can’t Beat Unless You Tell It To costruisce un dramma da camera di rara bellezza, in cui ogni aspetto racconta una storia familiare incentrata sulla disfunzionalità. Jonathan Cuartas sa benissimo come far calare il sipario sul mondo esterno e acuire le derive lugubri delle vite dei singoli e dei loro intrecci.
Ingrid Sophie Schram e Owen Campbell in una scena del film.
La pellicola pone costantemente lo spettatore dinanzi a dilemmi morali, perché è di questo che si tratta. Fin dove ci si può arrischiare per salvare chi ami? Con una riflessione senza speranza sull’amore inteso come forma di controllo (I Am Controlled By Your Love di Helene Smith è la canzone a cui si ispira il titolo del film). L’evoluzione drammaturgica del lungometraggio è il risultato certosino e inesorabile delle scelte dei tre e dei sacrifici che non sono mai abbastanza. È inoltre una disamina su come il cinema possa fare scacco matto rispetto a paradigmi comunemente considerati indiscutibili.
Tra le pieghe scrittorie della vicenda familiare, che ha comunque tutto lo spazio necessario per il regista, ci sono i reietti, gli ultimi di un’America in bocca ai vincenti. Sono gli stessi di Bones and all, in epoche diverse, nel mezzo del nulla. Ai tre resta solo l’amore, anche questo truccato, come respiro per continuare a vivere.
Conclusioni
My Heart Can’t Beat Unless You Tell It To è una pellicola autoriale, con incontrastate venature drammatiche e dal forte valore simbolico. Si inserisce appieno nel filone attualissimo dell’horror come metafora dell’incubo. Qui, come in Relic, il perno angoscioso è la malattia come corpo mostruoso che trasfigura il malato e chi lo ama. In tal senso, il film ha un disavanzo che lo fa spiccare tra i titoli del genere. Non insistendo sulla trasformazione fisica provocata dal male, ma su quanto la condizione in sé annienti ogni tentativo di rifuggirla, seppur ricolmo di amore.
Prendersi cura del malato è una responsabilità imprescindibile e voluta, ma è anche una catena. E la forza bruta ispirata dalla libertà è una corsa verso il fondo del tunnel, in cerca della luce.