Si è già avuto modo di evidenziare su queste pagine l’umanità, la disponibilità e la classe immensa di Jerzy Stuhr, citando di sguincio una risposta dataci a Bergamo durante l’incontro col pubblico, quando lo abbiamo spronato a parlare della positiva esperienza avuta sul set torinese di Non morirò di fame. Ma il 41° Bergamo Film Meeting ha rappresentato soprattutto l’occasione di entrare ancor più in confidenza con la sua filmografia, splendida sia in qualità di interprete per altri registi, sia come autore di film sempre molto personali. E se rivedendo piccoli capolavori come Storie d’amore (1997) o Sette giorni nella vita di un uomo (1999) siamo tornati su sentieri già noti, pellicole come The Big Animal (Duże zwierzę, 2000), titolo senz’altro meno noto in Italia, hanno rappresentato per altri versi il fascino della scoperta.
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In Polonia “la fattoria degli animali”
Strano. A ben vedere, può apparire decisamente strano. Ma periodicamente nel cinema polacco spunta fuori qualche grande autore, novello Esopo, intenzionato a porre l’accento su un animale quale insolito protagonista di racconti cinematografici in cui tale presenza può persino diventare, volendo, veicolo di amare riflessioni esistenziali come anche di singolari, atipici affreschi della società contemporanea. Qualcosa del genere è accaduto di recente con il sorprendente EO di Jerzy Skolimowski. Ma una ventina di anni fa era toccato proprio a Jerzy Stuhr, mai banale nelle sue regie, il compito di tracciare un rapporto empatico (nonché alquanto metaforico, tra le righe) tra Uomo e Animale: nella fattispecie un pacioso cammello, scappato o forse abbandonato da un circo, che l’anziana coppia di protagonisti umani decide dopo la sconcertata reazione iniziale di adottare e tenere in giardino, generando però una serie di reazioni ora opportunistiche e ora velatamente ostili da parte dei propri compaesani.
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Avere un cammello per amico
Girato in un bianco e nero che ne accentua i toni fiabeschi, circensi, quasi felliniani, The Big Animal gioca amabilmente su diversi registri, ponendo da un lato l’accento sulla differente umanità della coppia impersonata in scena da Anna Dymna e dallo stesso Jerzy Stuhr, per poi inanellare una serie di irresistibili spunti satirici. Difatti le reazioni al bizzarro evento da parte dei vicini di casa, di qualche altro sfrontato concittadino e delle stesse istituzioni locali daranno vita, strada facendo, a una parabola esemplare. Fino al poetico epilogo. E ciò sorprenderà magari di meno, qualora si consideri che per girare tale lungometraggio Jerzy Stuhr s’era ispirato a una sceneggiatura del suo antico mentore, Kieślowski, datata addirittura 1973 e però mai concretizzata dal Maestro polacco.
E sullo sfondo, il Circo… Zalewski!
Chiudiamo la disamina con un piccolo aneddoto, che si presume possa divertire soprattutto i “calciofili” e, in particolare, il pubblico di fede romanista. Spulciando i titoli di coda alla ricerca di riferimenti, che riguardassero tra le altre cose l’impiego di animali in scena, l’occhio ci è caduto sui ringraziamenti a un circo del quale, lo confessiamo candidamente, ignoravamo fino ad allora l’esistenza. Ebbene, il nome è proprio quello sulla locandina testé segnalata: Cyrk Zalewski! Presumibilmente coloro che hanno addestrato l’adorabile cammello. Non sappiamo quanto sia prestigiosa in Polonia tale compagnia girovaga, se sia paragonabile ad esempio al nostro Circo Orfei. Ma di sicuro al nostro Nicola Zalewski, talentuoso terzino della Roma, nei giorni scorsi saranno fischiate un po’ le orecchie…