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Approfondimenti

Lucio Battisti al cinema. Colonne sonore, videoclip, immagini

Il 5 marzo Lucio Battisti avrebbe compiuto ottant'anni. Ecco un profilo che mette in evidenza il suo rapporto con il cinema, che sebbene indiretto, ha confermato la grandezza del cantautore.

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Lucio Battisti, nato il 5 marzo 1943, avrebbe compiuto quest’anno ottant’anni. Morì il 9 settembre 1998, per cause mai comunicate ufficialmente, dopo quasi due settimane di ricovero intensivo. Da quasi vent’anni si era ritirato totalmente dalla vita pubblica, apparendo soltanto ogni due anni sul mercato con un album nuovo.

L’ultimo fu Hegel (1994). Nella usuale austera e criptica copertina, ormai marchio dalla pubblicazione a partire da Don Giovanni (1986), appariva una enigmatica E. Su quella E sono state avanzate diverse interpretazioni, tra cui che stesse per END, ovvero fine.

Con quella morte improvvisa, che sarà seguita a cinque mesi di distanza da quella di Fabrizio De André (1940-1999), si crea un grande vuoto – creativo – nella musica italiana. Sebbene gli ultimi album di Battisti furono accolti con molte riserve, poiché troppo ermetici, erano opere sempre di attenti arrangiamenti, di ricercatezze sperimentali.

Alla collaborazione con Pasquale Panella, autori dei testi, i fan hanno sempre prediletto il sodalizio con Mogol, che ha creato moltissime canzoni indimenticabili, pietre miliari della musica italiana. La parentesi collaborativa con Velezia (crasi di Veronese Letizia Grazia, ossia la moglie), si palesò soltanto nell’album E già (1982), disco ponte tra Mogol e Panella.

Al pari dei Beatles, Lucio Battisti, dopo aver cominciato con delle “canzonette”, ha intrapreso un continuo percorso di esplorazione musicale, contaminando le sue composizioni con ritmi che spaziavano dalle armonie latineggianti alle sfumature jazz, fino a giungere a quel sound elettronico con testi poetici ermetici.

Chi si appresta a strimpellare una chitarra, inevitabilmente inizierà anche dal primo repertorio di Battisti. Per esempio La canzone del sole (1971), con i suoi tre accordi ripetuti a rotazione, è uno dei brani su cui esercitarsi. Ma quei tre semplici accordi confermano la capacità di Lucio Battisti di abile arrangiatore, di saper trasformare un’armonia semplice in capolavoro. L’essenzialità della composizione, senza arzigogoli compositivi.

Altro aspetto singolare è la perenne contrapposizione tra Lucio Battisti e Fabrizio De André. Ambedue riconosciuti come massimi esponenti della figura del cantautore in Italia. Ma con una distinzione: ascoltare De André significava essere di sinistra, mentre sentire le canzoni di Battisti di destra, poiché Battisti – fonti non totalmente confermate – aveva simpatie per il MSI.

Trovo i suoi testi [De André, Ndr] interessanti, ma piuttosto goliardici, tant’è vero che piacciono solo agli studentelli. La parte musicale poi è solo accompagnamento, mentre io ritengo che debba sempre avere il ruolo principale nelle canzoni.

La bellezza delle canzoni di Battisti-Mogol è quella di riuscire a raccontare, facendo anche uso di metafore non troppo ermetiche, storie di vita quotidiana, in cui l’ascoltatore può immedesimarsi. Benché sia stato un album di poco successo, creato per esportare Lucio Battisti nei paesi anglofoni, Images (1977), con quel titolo, esemplifica esattamente la potenza evocativa delle sue canzoni.

I brani di Battisti-Mogol sono immagini. Piccole istantanee cinematografiche, che di volta in volta raccontano una vicenda, e usualmente sono storie d’amore. Ad esempio Neanche un minuto di non “amore”, dall’album Io noi tutti (1977), pare una variazione del racconto L’avventura di un automobilista, contenuto ne Gli amori difficili (1970) di Italo Calvino.

Lucio Battisti: Neanche un minuto di “non cinema”

Lucio Battisti non ha mai collaborato con il cinema. Certo, non si può escludere che gli siano state fatte offerte, anche per interpretare nelle vesti di attore un musicarello, perché Battisti aveva molti fan, ma la relazione tra lui e il cinema è stata sempre di tipo indiretto: venivano utilizzate le sue canzoni più note.

Nel caso gli avessero proposto un musicarello, molto probabilmente avrebbe interpretato un personaggio hippie, sia per il suo modo di vestire, sia per l’antidivismo che lo hanno sempre contraddistinto, con poche partecipazioni a eventi televisivi e sempre e solo per necessario marketing.

A differenza di altri cantautori, a tutt’oggi non è stato nemmeno realizzato un biopic cinematografico o televisivo su di lui, come ad esempio accadde con Rino Gaetano – Ma il cielo è sempre più blu (2007) di Marco Turco; Il mio cuore umano (2009) di Costanza Quatriglio sull’adolescenza di Nada; Fabrizio De André – Principe libero (2018) di Luca Facchini.

È stato però realizzato un documentario, inserendo il poco materiale disponibile, dal titolo Io tu noi, Lucio (2020) di Giorgio Verdelli, un excursus nell’arte del cantautore.

Differente, ma ugualmente contributo all’arte compositiva di Lucio Battisti, il film Un’avventura (2019) di Marco Danieli, con Michele Riondino e Laura Chiatti. Recuperando le atmosfere dei musicarelli d’antan, la pellicola è una storia sentimentale ambientata negli anni ‘70, e le canzoni scelte nel vasto repertorio di Battisti-Mogol sono ri-arrangiate.

Invece, queste sono le pellicole che hanno usufruito, a cominciare dall’inizio degli anni Settanta, di una o più canzoni di Lucio Battisti:

La supertestimone (1971) di Franco Giraldi: Acqua azzurra, acqua chiara.

Vado a vivere da solo (1982) di Marco Risi: Il monolocale.

Amore tossico (1983) di Claudio Caligari: Acqua azzurra, acqua chiara.

Il pino azzurro (1983) di Bert A.F. Baker (Adalberto Fornario): Anche per te.

Sapore di mare 2 – Un anno dopo (1983) di Bruno Cortini: Acqua azzurra, acqua chiara.

Un ragazzo e una ragazza (1984) di Marco Risi: Anna e Con il nastro rosa;

Il grande Blek (1987) di Giuseppe Piccioni: Acqua azzurra, acqua chiara; Un’avventura; Io vivrò (Senza te); Nel cuore, nell’anima; e Nel sole nel vento, nel sorriso e nel pianto.

L’imperatore di Roma (1987) di Nico D’Alessandria: Il veliero.

Caruso Pascoski di padre polacco (1988) di Francesco Nuti: Mi ritorni in mente.

Il muro di gomma (1991) di Marco Risi: Innocenti evasioni.

Scusa ma ti chiamo amore (2008) di Federico Moccia: 7 e 40; Acqua azzurra, acqua chiara; Con il nastro rosa; Emozioni; Eppur mi son scordato di te; Pensieri e parole; Perché no; Sì, viaggiare; e Una donna per amico.

Per quanto riguarda Un’avventura, questo è lo score: Acqua azzurra, acqua chiara; Un’avventura; Balla linda; Dieci ragazze; Il vento; Io vivrò (senza te); Ladro; Non è Francesca; Nel sole, nel vento, nel sorriso e nel pianto; e Uno in più.

La circostanza (1974) di Ermanno Olmi, utilizza in colonna sonora brani scritti da Lucio Battisti ma eseguiti da Formula 3 e Alberto Radius: Sognando e risognando: Fermo al semaforo; Prima e dopo la scatola;  Aeternum: Interludio / Finale.

Citazione a parte, benché non appaia in colonna sonora la canzone, per il film Amarsi un po’ (1984) di Carlo Vanzina, che usa il bel titolo evocativo della canzone di Battisti per descrivere la storia d’amore tra un proletario e un’aristocratica.

I Vanzina hanno spesso attinto, per i titoli, dai classici della musica italiana: Figlio delle stelle (1979), che tra l’altro è un istant biopic su Alan Sorrenti; Sapore di sale (1982); Piccolo grande amore (1993); Il cielo in una stanza (1999); In questo mondo di ladri (2004); Un’estate al mare (2008).

Lucio Battisti I videoclip

Come scritto in precedenza, Lucio Battisti è stato un antidivo, e a partire dal 1980 non farà più nessuna apparizione, si eclisserà. L’ultima comparsa la fece nel programma televisivo Music & Gastle, della televisione svizzera tedesca. Battisti canta in playback Amore mio di provincia, dall’album Una giornata uggiosa (1980).

Pertanto, di suo materiale visivo ci rimane poco, e sono usualmente partecipazioni a trasmissioni Rai. Ma tra questo scarso materiale ci sono anche tre videoclip promozionali.

Il primo è Ancora tu, rimasto inedito per anni e trasmesso soltanto dopo la morte del cantautore. È un proto-videoclip, diretto da Caesar Monti, realizzato come fosse cinema undergrund, con il montaggio che segue il ritmo della canzone.

Dal videoclip venne estratto il fotogramma con la mitica corsa di Battisti dentro una pozza di fango, utilizzato per la copertina dell’album Lucio Battisti, la batteria, il contrabbasso, eccetera (1976).

Anche il secondo filmato è un proto-videoclip, per promuovere il singolo Una donna per amico, dall’omonimo album (1978). Realizzato per il programma televisivo Music & Gasle (17 maggio 1979), è in pratica un animazione della copertina dell’album, in cui Battisti sta facendo colazione e amabile conversazione con una donna fuori il Grapes Café di Londra.

Infine, l’unico vero videoclip: La bellezza riunita, quarta traccia dell’album Hegel. Collage d’immagini varie, a ritmo della canzone, che evidenziano il concetto di bellezza. Visi, quadri, ritagli di foto di giornali ecc..

Lucio Battisti

Al cinema

Nel vasto repertorio di Lucio Battisti, non poteva certamente mancare una canzone dedicata al cinema. La sua particolarità non è omaggiare la sala cinematografica, quanto quella di sfruttare l’ambiente per poter costruire una storia d’amore confrontandola con la magia del cinema.

Al cinema è l’ottava e ultima traccia di Una donna per amico, concept album incentrato sulla figura femminina e sulla difficoltà dei rapporti tra uomo e donna. Con un ritmo molto latineggiante, Al cinema descrive il momento di crisi di una coppia. Per cercare di riconquistarla, l’uomo propone alla sua compagna di entrare al cinema:

Guarda, c’è un bel film

Se facciamo in tempo ci andrei

 

Dustin Hoffman

Al Pacino

la Dunaway

entriamo, c’è anche lei

C’è un posto, siedi

io resto in piedi

Le tre star nella realtà non hanno mai recitato nello stesso film, ma Dustin Hoffman e Faye Dunaway recitarono assieme in Piccolo grande uomo (Little Big Man, 1970) di Arthur Penn. I tre sono citati semplicemente perché sono alcune delle massime stelle del cinema americano di quel momento. E il cognome della Dunaway si adagia bene per una perfetta rima.

La coppia inizia a guardare il fittizio film, ma la donna, attratta da quel mondo luccicante, con un uomo che riempie la sua donna di premure e regali, rimprovera al suo compagno di non essere altrettanto galante. Lui le risponde:

Guarda lei, è proprio come ti vorrei

Guarda lei, lo ama e non si lamenta mai

In fondo lui assomiglia a me

Perché non mi capisci, dimmelo perché

Guarda lei, guarda là

 

Cosa c’entra se

Lui la sta portando in Rolls Royce?

Sta tranquilla che

Verrebbe anche sulla Mini con me

 

Non vedi che per amore

Lei sta diventando assassina?

La donna, la vera donna

È quella che resta vicina

E invece tu

e invece tu

e invece tu

Beh, non ne parliamo più

Terminato il film, ma la tensione tra i due è ancora persistente, lui dolcemente le chiede, per mostrarsi gentile:

Vuoi il gelato?

È aumentato

Tornati alla realtà, i due si accorgono che la vita vera non è luccicante come quella impressa nella pellicola. Anche il più piccolo dono è caro, soprattutto per persone non ricche come quelle viste poco fa sul grande schermo.

Questa fascinazione nei riguardi della vita di celluloide, in cui uno spettatore s’immerge in quella finzione e sogna quel mondo, anticipa il sommesso personaggio di Cecilia (Mia Farrow), protagonista de La rosa purpurea del Cairo (The Purple Rose of Cairo, 1985) di Woody Allen.

Cecilia, assidua frequentatrice della sala cinematografica della sua cittadina, è affascinata dal film La rosa purpurea del Cairo, e soprattutto dal protagonista Gil Sheperd (Jeff Daniels). Una strana magia (del cinema e di Woody Allen), le permette di vivere una breve storia d’amore con il suo beniamino. Ma la realtà riprenderà il sopravvento.

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