‘Radiofreccia’: Adolescenza, Radio e Amore. La recensione
Un film d’amore sulla musica e sul passaggio dall’adolescenza all’età adulta. Riscopriamo l’esordio alla regia del cantante Italiano Luciano Ligabue datato 1998. Prodotto da Domenico Procacci con Stefano Accorsi, Luciano Federico, Francesco Guccini e Cosima Cocchieri.
Radiofreccia – Il capolavoro d’esordio di Luciano Ligabue.
Nel 1998, ormai diventato una rockstar grazie al disco Buon Compleanno Elvis, il cantante italiano Luciano Ligabue tenta, con grande successo, l’esordio alla regia, essendo il cinema, da sempre, una sua grande passione. Il titolo del film è Radiofreccia. Riscopriamo insieme questo piccolo, ma semplice, capolavoro. Divenuto ormai un cult. Disponibile su NOW.
Radiofreccia – La trama
Nel 1993, il DJ Bruno Iori annuncia ai telespettatori l’imminente chiusura di Radio Raptus. Una radio libera da lui fondata nel 1975. Bruno racconta la sua vita di adolescente e dei suoi migliori amici nella piccola Correggio. In particolare, ricorda l’amico scomparso Ivan, detto Freccia. Uno spaccato di vita, amore, musica e libertà. Nella speranza di un mondo nuovo.
Correggio: La Finestra sul Mondo
Radiofreccia è basato dal romanzo Fuori e Dentro il Borgo, dello stesso Ligabue. E il rocker lo amplia alla perfezione. Fin dalle prime inquadrature, ci viene presentato il piccolo borgo di Correggio, il suo paese d’origine, fino ad arrivare nella stanza di Bruno, conduttore di Radio Raptus. Come una favola, inizia a narrare la sua storia e quella dei suoi amici. Ci porta così a riscoprire l’adolescenza e i tempi perduti. Con accenni all’ideologia dei giovani comunisti.
Bruno e i suoi amici passano il tempo a fare giri in macchina, visitare la Pianura Padana, rincorrersi tra le vie di Correggio e giocare a carte nel Bar di Adolfo (Guccini). Hanno caratteri forti e diversi. Ma tutti condividono una sola cosa: la solitudine. Si fanno le prime ‘fumate’, il sesso e tanto altro. Vorrebbero conoscere il mondo, ma alla fine tornano sempre al punto di partenza. Correggio sembra una bolla di vetro, una ‘finestra’ da cui i protagonisti sono intrappolati.
Ligabue si riconosce molto in questi personaggi. Con la macchina da presa li osserva, senza staccarsene mai. Neanche a notte fonda. E trova dei ragazzi amareggiati. Non ancora pronti alla vita adulta (alcuni giudicano come devi essere – Quelli come te), che vivono ogni giorno come se fosse l’ultimo. Soprattutto Freccia e Tito. Senza però rinunciare a vecchi giochi e scherzi. Come quello del ‘rimorso’.
Solamente Bruno, il leader, sembra ‘normale’ e tranquillo. Cerca di prendersi cura degli amici come può. Proprio come un medico. E sarà lui a proporre al gruppo di aprire una Radio libera. Una finestra che diventa la loro voce e il loro sfogo. Uno strumento di speranza nella possibilità di un futuro migliore.
La fotografia e il colore Rosso
Oltre alla splendida regia di Ligabue, ci sono altri aspetti vincenti nel film. Tra questi, la sua ‘vera’ e la bella scenografia, che se pure semplice, mescola vecchio e nuovo della cittadina di Correggio, ancorata a un passato che non vuole conoscere il futuro. Rispecchiando così lo stato d’animo dei protagonisti. Tristi e malinconici. E al tempo stesso pensierosi.
La fotografia ritrae, in diversi colori, i pensieri, le emozioni e le giornate sia del borgo che dei giovani. Spesso viene composta in toni neutrali, freddi e fuori stagione, mostrando un mondo intimo e nascosto. Il colore che spicca più di tutti è il rosso, che si focalizza moltissimo sulla vera anima del film: Ivan, detto Freccia. Con questa scelta, Ligabue omaggia il cinema. In particolare i film di Stanley Kubrick, Pedro Almodovar, Martin Scorsese e David Lynch. E così via. Ma in realtà, il rosso rappresenta la voglia di Freccia.
È metafora di una sete di conoscenza, di amore e di una vita di lusso e di smarrimento. Che però non potrà mai vedere la luce. I cinque capitoli del film (ognuno con sfondo diverso e ironico e riferimenti alla musica di Ligabue) rappresentano la salita e la discesa negli Inferi di Freccia.
Scosso da un passato difficile, Freccia tenta di prendere in mano la sua vita. Fino a divenire una vero e proprio fantasma. E tutte le domande che si fa finiscono per non aver risposta. Alla fine si lascerà andare al suo destino, sconfitto dall’unica cosa che gli mancava: l’amore. Un rosso simbolo però di un monito: bisogna credere almeno in qualcosa in questa vita. E riempire i buchi grossi. Altrimenti, che senso ha?
La vita (e la Radio) è musica
I protagonisti del film hanno una vita semplice. Forse fin troppo. Cercano di fare i conti con quello che hanno. Sperimentano. Intanto, lavorano e cercano di riparare agli sbagli commessi. L’unica cosa che li tiene davvero uniti, grazie a Bruno, è la musica. Anzi, Radio Raptus.
Fin da ragazzo, Ligabue conosce molto bene la musica Rock. Non a caso, mette insieme una strepitosa colonna sonora anni ’70. Singoli come Rebel Rebel, Werewolves of London, Sweet Home Alabama, Love Is the Drug e Can’t Help Falling in Love ci portano indietro nel tempo. E ci fanno danzare alle prime note. La musica diventa quindi madre di salvezza, riuscendo, nella maggior parte delle volte, a riportare i personaggi sulla retta via. Con Ho Perso le Parole, ci riassume cosa significa davvero la vita. E se vale la pena viverla.
La radio, per il gruppo, e tanti altri giovani, diventa un palcoscenico. Il giusto mezzo per promuovere messaggi di positività, di ribellione, sogni, passioni, idee sul mondo e sulla vita. Diventa la tua migliore amica. Con lei si può parlare di tutto perché, come dice anche Bruno:
‘Le canzoni non ti tradiscono. Anche chi le fa può tradirti. Ma le tue canzoni no. Quando tu vuoi, le trovi intatte’.
Come dice Bonanza nei primi minuti del film, la vita non è perfetta, solo nei film lo è. La musica rappresenta l’eccezione alla regola. Perché è l’unica che sa portarci lontano dal mondo.
Infine, indimenticabile il ‘Credo’ di Freccia alla Radio, in cui sfoga tutta la sua rabbia. Invita così lo spettatore a riflettere sulla società moderna, sui buchi grossi da riempire e ad avere sempre ‘molta energia’ con sé. Non spegnamo la ‘nostra’ candela. Viviamo la vita nel migliore dei modi. E ripensiamo all’Adolescenza come qualcosa di magico. Sempre.
Radiofreccia – Finale
Concludendo, Radiofreccia è un film incredibile. Sotto ogni punto di vista. A volte può sembrare ‘imperfetto’, ma è un ottimo richiamo al cinema indipendente e ‘artigianale’. La regia di Ligabue è semplice, ma molto movimentata, attenta e poetica. Un’omaggio alla sua infanzia e alla musica rock anni 1970. Insomma, è davvero un’opera prima fenomenale. Un cult movie da non perdere. Grazie Ligabue per questo film testamento.