In occasione dell’uscita nelle sale il 25 novembre del documentario “Inti-Illimani – Dove cantano le nuvole”, Chiara Napoleoni intervista per Taxidrivers i due registi Francesco Cordio e Paolo Pagnoncelli.

Dopo quarant’anni di carriera, finalmente qualcuno decide di rendere omaggio ad uno dei gruppi storici della tradizione cilena e latino-americana, una delle band più famose anche nel nostro paese, negli anni Settanta del PCI e delle Feste dell’Unità. Come avete incontrato gli Inti-Illimani e come è nata l’idea del documentario?
Paolo Pagnoncelli: Durante una manifestazione di musica folk abbiamo incontrato casualmente il manager degli Inti-Illimani in ascensore. Da qui è nata la nostra idea, ci siamo confrontati, ci siamo ricordati della nostra infanzia, abbiamo parlato con genitori, amici di genitori e ci siamo resi conto di quanto tutti ricordassero quella musica e desiderassero riviverla. Abbiamo deciso quindi di fare il documentario, siamo partiti così, casualmente, impostando strada facendo delle linee di regia che ci hanno portati inizialmente nel Sud d’Italia, dopodiché in Cile, facendo i conti nel corso della lavorazione con le grandi differenze di pubblico, storiche e sociali che legano questo gruppo.
Ciò che colpisce nel vostro documentario è la capacità che avete di riuscire a lavorare su piani diversi. La musica sicuramente è protagonista, ma sullo stesso piano, a turno, troviamo le persone, i musicisti, il passato, il presente e soprattutto l’impegno politico e sociale. In particolare sul sottofondo delle loro canzoni vediamo delle immagini del Cile, ripercorrendo un po’ anche con la musica la storia di questo paese, da Allende alla dittatura di Pinochet, fino al ritorno in una patria libera. Inevitabile anche il confronto con la nostra di patria invece, una patria oggi disillusa e all’epoca piena di ideali…
Francesco Cordio: Diciamo che, come abbiamo accennato, il documentario è nato quasi naturalmente, non c’è stata una pre-produzione e un piano di lavorazione. Come spesso avviene nei documentari, lasciamelo dire, non viene scritto un soggetto prima, si ha solo in mente di voler raccontare qualcosa e man mano che si va avanti, quel qualcosa prende forma. E questo è successo anche in questo caso, noi ci siamo detti: «Raccontiamo la storia degli Inti-Illimani», e nel raccontare la loro storia era inevitabile prendere in considerazione anche quelle che potremmo definire delle tappe fondamentali del nostro e del loro paese. Quelli in cui abbiamo girato il documentario poi, erano anni in cui in Italia succedevano delle cose strane, cose che succedono anche ora. Venivamo da Genova, da scontri, da manifestazioni e da governi, come dire, non sempre palesemente democratici e quindi in qualche modo c’era una certa nostalgia a riguardo. A volte durante le riprese ci fermavamo e gli chiedevamo: «Tornate a cantare le vostre canzoni, oggi più di prima abbiamo bisogno di voi, dei vostri pezzi».
Interessante è stata anche l’idea di non porre marcatamente l’accento sulla storia italiana del gruppo, quella che forse da noi si conosce di più e di concentrarsi invece sul loro inizio e, soprattutto, su come oggi abbiano rivoluzionato quasi radicalmente la formazione e reinventato il loro percorso musicale..
F.C. :Sì gli Inti-Illimani sono un gruppo in grande evoluzione. Nonostante lo stereotipo italiano che li rinchiude in un cliché di vecchi bacucchi col poncho che suonano El pueblo unido, al loro interno hanno rigenerato gli elementi. Qualche componente nel corso degli anni si è allontanato ed è stato sostituito da giovani validissimi che hanno studiato al conservatorio e che hanno portato al gruppo un rinnovamento decisamente importante.
P.P.: Vorrei aggiungere un aneddoto riguardo alla faccenda del poncho. Il poncho per la prima volta glielo fece indossare Victor Hara (padre fondatore degli Inti-Illimani assieme a Violetta Parra, ndr) consapevole dell’effetto che avrebbero fatto sia nel loro paese, sia sulla società europea e statunitense in quel dato momento storico. Quando viene denigrato il loro look o il loro stile, c’è sempre dietro una sorta di smemoratezza o addirittura ignoranza di fronte all’intuizione geniale che poi, a tutti gli effetti, gli ha fatto vivere un decennio di gloria, in Europa e nel mondo.
F.C.: E poi, diciamocela tutta, anche per una questione di comodità è molto più semplice salire su un palco senza poncho, soprattutto nei concerti estivi. Tra l’altro abbiamo un altro aneddoto a proposito: durante il concerto che gli Inti-Illimani hanno tenuto a Roma Capannelle, insieme a Daniele Silvestri, proprio per lui era pronto un poncho da indossare. Faceva caldissimo, Daniele era sudato e stanco e si è rifiutato. Anche se era emozionatissimo all’idea di indossarlo mentre suonava con loro, non ce l’ha fatta!
A proposito di Daniele Silvestri, anche lui come voi è un fan storico degli Inti-Illimani, tanto da arrivare a “rubare”, citando le sue stesse parole, l’inizio di uno dei suoi pezzi più famosi proprio al gruppo cileno…
F.C.: Noi nel nostro documentario abbiamo voluto raccontare l’incontro di Daniele con gli Inti-Illimani. Lui fin da bambino, come racconta nel film, andava ai loro concerti assieme ai genitori e aveva tutti i loro dischi, li cantava, li ballava, senza neanche capire cosa dicessero. Proprio in una sua canzone molto celebre del 2002, che si chiama “Il mio nemico”, ha scippato parte di un brano bellissimo degli Inti-Illimani che si chiama “Alturas” come intro del pezzo, senza mai chiedergli un permesso. Ovviamente è uno di quei furti che, come dice Jorge Coulon (membro storico degli Inti-Illimani ndr.) nel documentario, “sono leciti nel mondo della creazione e dell’arte”. Per cui anche dopo questa storia, dopo essersi conosciuti e reciprocamente piaciuti, tra di loro sono nate altre collaborazioni musicali, presenti nel disco successivo di Daniele nel 2007.
Il documentario arriverà nelle sale grazie a Distribuzione Indipendente il 25 novembre. Arrivati a questo traguardo, quali sono al momento i vostri progetti futuri?
F.C.: Dopo questo film ho avuto un’esperienza meravigliosa con gli ex lavoratori dell’Alitalia, ho girato un documentario che arriverà nelle sale nei prossimi mesi grazie a Distribuzione Indipendente. Attualmente invece sto realizzando un documentario sugli ospedali psichiatrici giudiziari. Ho avuto la fortuna, o sfortuna, l’anno scorso, di fare una visita in questi sei luoghi un po’sconosciuti alla gente comune, definiti addirittura da coloro che ci lavorano come dei lager, dei posti tremendi, dove sono internate le persone che hanno problemi di salute mentale e che hanno compiuto un reato più o meno grave. Siccome c’è una missione della Commissione d’inchiesta sul Servizio sanitario volta alla chiusura, incuriosito dagli aspetti legali che ci sono dietro, ho deciso di fare un lavoro più ampio e ho scelto di ascoltare non solo la voce degli internati, ma anche di chi ci lavora dentro, dei familiari e dei politici che stanno cercando di fare luce su questa tremenda situazione. Spero veramente che questa Commissione Parlamentare riesca nei suoi intenti, vorrei riuscire a dare al mio documentario un lieto fine…
P.P.: Anch’io sto girando un documentario, ma è ancora un po’ prematuro parlarne.. Ci sto lavorando da un anno e si chiama Amrid, letteralmente “nettare degli dei”… e per ora è tutto!
Chiara Napoleoni