Dion è una serie Netflix, la cui seconda stagione è disponibile sulla piattaforma dal 1 febbraio 2022. Prodotta da Michael B. Jordan, è creata da Carol Barbee e Dennis A. Liu.
La trama
La serie racconta la storia di una donna di nome Nicole Warren, che alleva suo figlio Dion dopo la morte, in circostanze sconosciute, del marito Mark. I normali drammi di crescere un figlio come una madre single vengono amplificati quando Dion inizia a manifestare diversi poteri magici, simili a quelli dei supereroi. Nicole ora deve mantenere segreti i doni di suo figlio con l’aiuto del migliore amico di Mark, Pat, e proteggere Dion dagli antagonisti che vogliono sfruttare i suoi poteri, mentre scopre l’origine delle sue abilità.

La recensione
In origine c’era solo il fumetto, Raising Dion, creato dallo stesso Liu: che ha editato solo un numero di 25 pagine, poi bloccato per volere dello stesso autore che, consapevole dell’adattamento seriale in tv, non voleva confondere le trame (un po’ come successo con The Walking Dead, solo che Robert Kirkman non ha avuto lo stesso buonsenso…). Meglio così, probabilmente: perché in questo modo lo show ha modo di svolgere le proprie trame in maniera libera e senza nessun tipo di costrizione.
Ovviamente, neanche a dirlo, la storia del piccolo Dion non è -solamente- ispirata ad un fumetto, ma del mondo della Settima Arte si nutre: alcuni episodi sono direttamente citazioni degli X-Men marvelliani (hope you survive to the experience, titolo dell’episodio 1.04, è la frase che viene strillata nella copertina del numero 139 di Uncanny X-Men, mentre quello dell’1.05, days of future past, è una delle saghe più celebri, nella stessa serie, sui numeri 141/144), un altro riecheggia il capolavoro di Alan Moore (1.03, Watch Men, che guarda dritto alla graphic novel, alla serie e al film).

Ma è il titolo stesso che ricalca la celebre Rising Star di J. Michael Strackzinsky, miniserie di 24 numeri del 1999 dove il celebre autore di fumetti, cinema e serie tv -sua la sceneggiatura del capolavoro Changeling di Clint Eastwood, nonché tutta la serie Babylon 5-, nel quale si immaginava che 113 persone, in seguito ad un misterioso evento cosmico, acquisiscono poteri inimmaginabili.
Dion parte dallo stesso identico presupposto: ma se la miniserie virava su una deriva politica e sociale, la serie Netflix preferisce concentrarsi su altri temi, più propriamente vicini allo spirito Marvel: il razzismo, l’inclusione sociale, i dolori della crescita, la diversità.

Qui la “classica riba da fumetti” (si citano a mani basse Spider-Man, Avengers e Thunderbolts), niente in Dion è infantile o banale, tutto assume proporzioni enormi in reazione alla sua intrinseca importanza ed emotività.
Nonostante l’avvento dei Marvel Studios abbia creato (non più una tendenza, ma) un vero e proprio mondo creativo intriso di supereroi, Dion dribbla i pericoli della ripetitività grazie ad una scrittura intelligente e sottile, ma soprattutto alla freschezza e alla spontaneità delle sue situazioni: i canoni narrativi vengono rispettati in tutto e per tutto, ma a stupire è la delicatezza con cui vengono trattati i temi dell’infanzia e dell’adolescenza insieme alla diversità, rifuggendo ogni luogo comune e riuscendo a dire cose mai ovvie sulla difficoltà di crescere e diventare grandi, ma anche sul dolore dell’accettazione della perdita.
Non mancano certo le sequenze d’azione, ma Dion sviluppa le sue trame attraverso i rapporti interpersonali e seguendo gli sconvolgimenti di un corpo che cambia, quello del piccolo protagonista. Ritmi pacati e tanti spunti di riflessione calati in un contesto credibile: sono questi gli ingredienti che rendono ottima la prima stagione della serie, che ha al centro una trama piena di colpi di scena che non suonano mai telefonati, e soprattutto un villain credibile e centrato, reso in maniera spettacolare e inquietante.

Discorso simile per la seconda stagione: che coraggiosamente sposta il baricentro della trama ma argutamente in realtà allarga solo il nucleo tematico dei primi 8 episodi, sempre con naturalezza e senza nessuna forzatura. La magnificenza della resa degli effetti speciali non significa però tralasciare la delicatezza di alcuni dialoghi, specialmente nel modo in cui continuano ad essere tratteggiati i personaggi, che riempiono gli spazi drammatici con grandissima efficacia.
Nota di merito per il giovanissimo protagonista, Ja’Siah Young, e per Sammi Haney, incredibile attrice con disabilità che fa della propria “invisibilità” agli occhi altrui un vero e proprio superpotere.

Più legati al mood da cinecomics, i nuovi 7 episodi compiono scelte narrative precise senza però mai deviare dal loro percorso, continuando a declinare crescita e accettazione sul lungo percorso, aprendo nuove strade narrative che si spera raggiungano la loro conclusione in una terza stagione finale, prevista per il 2023.