Quali sono state le cinque migliori serie dell’anno?
Il 2021 è stato l’anno della consacrazione definitiva delle piattaforme e dello streaming. La tendenza si è consolidata e ormai l’audiovisivo passa indifferibilmente anche dalla tv: anche se nell’ordalia dell’offerta la qualità delle serie si è oggi piegata a favore del numero spropositato rappresentativo della quantità, continuano ad esserci delle oasi, delle eccezioni, delle opere seriali che a tratti spaventano per la lucidità con cui riescono a rappresentare il nostro presente, a farci guardare dentro noi stessi per confrontarci con angoli di umanità nascosti dai coni d’ombra delle convenzioni. Vediamo quali sono state le cinque serie più belle e importanti del 2021.
5°- ANNA, di Niccolò Ammaniti
Se da una parte, dopo l’ordalia seguita al consolidamento delle piattaforme e dello streaming nella diffusione dell’audiovisivo,
Silenzio, fame, orrore: sono queste le caratteristiche del mondo esistenziale, letterario, artistico e adesso anche cinefilo di Niccolò Ammaniti, scrittore e poi regista prima con Il Miracolo e ora con Anna, miniserie su Sky di incredibile impatto emotivo. Un universo esistenziale ed artistico abitato da un ordine umano diviso rigidamente in adulti e bambini.
Una divisione fisica e spirituale, visiva e materica, che in Io Non Ho Paura ad esempio si riflette in un mondo di sopra e uno di sotto, ma anche in tutte le sue altre opere diventa scontro e contraddizione di una società ideologicamente alla deriva, privilegiando un linguaggio sempre crudo e crudele con una lucidità che non lascia scampo.
Quello di Ammaniti, quello di Anna, è un mondo impregnato e spaventato da un’immanenza divina che scivola in ogni interstizio ma non si manifesta mai, che osserva tutto e probabilmente si ritrova, a posteriori, in quel qualcosa che supera le differenze e unisce i poli opposti, la -purtroppo rara- solidarietà tra esseri umani (sentimento che non a caso i bambini riescono a sentire meglio degli adulti: all’inizio del secondo episodio, addirittura una piccola protagonista ha un terzo occhio disegnato sulla fronte).
Molto spesso il gesto solidale comporta però un prezzo da pagare: etico o fisico che sia, è un dazio che riconduce tutto alla frase che la protagonista della serie ripete, ovvero “la vita non ci appartiene, ci attraversa”.
Poco conosciuta ai più, Call My Agent è una serie francese la cui quarta e conclusiva stagione è stata resa disponibile nel 2021 su Netflix.
Se si deve fare un paragone, Call My Agent (in originale, Dix Por Cent) di Fanny Herrero è il corrispettivo d’oltralpe di Boris: la vita che imita la cattiva televisione che imita la vita lì, il tutto declinato in salsa grottesca e irresistibilmente comica, Dix Por Cent dà uno sguardo al dietro le quinte dello sfavillante mondo del cinema con l’ambizione di scoperchiarne i segreti, i capricci e le stravaganze per arrivare alla fine alla solitudine che circonda gli artisti.
Tono leggero, traccia profondissima: soap, satira e realtà formano un mosaico corrispondente al sapore della vita, una ricognizione esistenziale dell’essere umano tout court.
L’horror è ormai un genere riconosciuto e premiato anche ai Festival (vedi Titane): e Them Covenant, la serie antologica di Amazon Prime Video ideata da Leah Williams è qui a ricordarne la forza emotiva e la capacità di significati.
La sceneggiatura di Little Marvin trova un contesto storico perfettamente appropriato per mettere in scena la sua storia: siamo alle radici più spaventosamente cristalline del razzismo americano, quando l’American Dream nascondeva sotto il tappeto La Grande Migrazione di metà anni ’50, durante la popolazione di colore aveva deciso di andare in massa verso nord abbandonando un sud infestato dalle leggi di Jim Crow.
In tutto questo, Them fa davvero paura. Contestualizza la paura in una storia soprannaturale usando il racconto politico, e la casa infestata diventa una metafora potente sull’emarginazione, mettendo in scena una famiglia che lotta contro il sistema e insieme contro i fantasmi del suo stesso passato.
The Good Fight, spin-off di The Good Wife disponibile su Tim Vision, è la serie statunitense che più apertamente -insieme ad American Horror Story: Cult– ha esplorato i riflessi oscuri dell’elezione trumpiana, oltretutto con coraggiosa contemporaneità e senza peli sulla lingua. Quello che emerge dalla storia è un’America impazzita tra compromessi morali, tensioni sociali e razziali sempre più forti e il senso di scoramento della protagonista assoluta Diane – perché in fondo, sulle spalle della Baranski si regge l’intera serie che senza di lei e la sua interpretazione sempre sull’orlo dell’emozione pronta ad implodere ed esplodere perderebbe di senso.
Il fulcro della serie dei King continuano ad essere interrogativi etici e complessi dalle molteplici sfumature, davanti ai quali vengono posti come in una scacchiera i personaggi aspettando poi che la reazione venga naturale e spontanea, facendo emergerne il carattere di ognuno.
All’inizio sembrava non crederci quasi nessuno: oggi, WandaVision, il primo serial prodotto direttamente dai Marvel Studios e rilasciato a cadenza settimanale su Disney Plus nel corso del 2021, è un punto di svolta della serialità televisiva dal quale nessuna produzione importante potrà mai più prescindere.
Apripista della Fase Quattro del MCU, uscito in piena pandemia, WandaVision è ispirato a diverse storie della Marvel Comics (su tutte, Scarlet Nera, ciclo di John Byrne durante la sua run sulla collana West Coast Avengers) e racconta di Wanda e Visione, due sposi improvvisamente apparsi nel tranquillo sobborgo di Westview. Impossibile riassumere la trama (meglio qui): basti sapere che WandaVision è insieme un mistery inquietante, una lunga e dolorosa e lacerante e profonda seduta di psicoanalisi per l’elaborazione del lutto e della perdita, e soprattutto una riflessione mai banale e coltissima sulla formula televisiva, sui meccanismi di intrattenimento e sulla metatelevisione.