Arrivato da poco su Netflix e subito finito tra i film più visti della piattaforma, Army of Thieves è il prequel anomalo dell’Army of the Dead di Zack Snyder. Un heist movie che è allo stesso tempo l’origin story del personaggio interpretato da Matthias Schweighöfer, qui anche dietro la macchina da presa.
Army of Thieves: Trama
Prima dell’apocalisse zombie, prima di scassinare la leggendaria Götterdämmerung a Las Vegas, prima persino di chiamarsi Ludwig Dieter, Sebastian (Schweighöfer) aveva solo un lavoro in banca e un cognome impronunciabile. A movimentare la sua vita ecco però arrivare una ladra internazionale (Nathalie Emmanuel) e tre delle quattro mitiche casseforti ispirate alla celebre tetralogia wagneriana (Das Rheingold, Die Walküre e Siegfried). Sarà per Sebastian l’inizio della sua carriera di scassinatore.

Tutta un’altra storia
È un prequel decisamente anomalo Army of Thieves. Il secondo capitolo di un nuovo, possibile universo zombie senza (o quasi) gli zombie. Un paradosso che l’attore tedesco Matthias Schweighöfer, alla sua seconda regia, affronta con noncuranza, prendendo in prestito dall’Army of the Dead di Zack Snyder (qui produttore) il suo protagonista e costruendogli attorno il più classico degli heist movie. L’origin story in cui l’impacciato nerd Sebastian si ritrova catapultato è infatti la classica storia sul grande colpo da mettere a segno. Una commedia adrenalinica che guarda più ai vari Ocean’s e a Baby Driver piuttosto che a La notte dei morti viventi e che, proprio per questo, pare non aver nulla da spartire col film di Snyder. O quasi.
Chi ha bisogno degli zombie?
Un heist movie, d’altronde, lo era già in parte anche il film del regista statunitense, con quell’espediente del colpo milionario in un casinò circondato da zombie in grado di gettare una prospettiva inedita e, per quanto possibile, originale sul genere. La differenza, casomai, è che qui è proprio la parte legata ai morti viventi a essere relegata sullo sfondo. Ridotta a qualche fugace servizio televisivo e a qualche (pretestuosa) sequenza onirica e premonitrice. Quello che resta sono allora Sebastian e la sua banda, un bizzarro assortimento di personaggi alle prese con una vera e propria quest cavalleresca attraverso mezza Europa, tra Germania, Francia, Repubblica Ceca e Svizzera.

Una superficialità diffusa
Non ci va tanto per il sottile, del resto, Army of Thieves. Legato a doppio filo com’è alla sua impresa e a quell’ingombrante immaginario preso di forza da I Nibelunghi che ne scandisce le fasi. Una linearità e uno schematismo esasperati che fanno il paio con una superficialità diffusa, a partire dalla caratterizzazione dei suoi personaggi. Se infatti un minimo di spessore e profondità viene concesso a Sebastian, liberandolo, almeno in parte, dal ruolo di macchietta del film precedente, le psicologie e le backstories dei suoi compagni restano semplici e poco definite.
Il risultato è un film spesso ridondante e decisamente troppo lungo ma che riesce comunque a intrattenere grazie a un buon ritmo e a una regia misurata. Quanto basta, insomma, per garantirsi la sufficienza, ma non abbastanza per dissipare le perplessità sulla reale necessità di tutta l’operazione.