Al Festival di Giffoni 2021, Carolina Crescentini è stata accolta con un misto di affetto, calore e stima. I ragazzi che hanno avuto il piacere e l’onore di incontrarla e di confrontarsi con lei, ne conserveranno un ricordo geloso. Anche noi di TaxiDrivers siamo riusciti a intercettarla… Ecco cosa è venuto fuori dalla chiacchierata.
Quale è il tuo primo ricordo di Giffoni? E quale il più bello?
La prima volta che sono venuta qui risale a quindici anni fa, probabilmente. Mi ricordo una masterclass. È stata uno shock: non me ne sarei andata mai più. E il più bello… Io non riesco a fare velocemente quel Red carpet, perché io me li abbraccerei tutti. Quello che ti dicono… È il confronto.
Qual è l’insegnamento o il consiglio più importante che tu hai ricevuto nella tua vita che vorresti passare a questi ragazzi?
Tanti, davvero tanti. Sicuramente determinazione, resistenza perché sarà difficile, professionalità perché siamo tutti sostituibili perciò renditi speciale il tuo lavoro, e piedi per terra perché cambiano le cose in un secondo. E poi, dopo tutto questo qua, appena ce lo permetteranno, ritornare a viaggiare il più possibile.
Ti devi riempire gli occhi di vita.
Carolina Crescentini incontra i giurati del Giffoni Film Festival
Di seguito il resoconto dell’incontro tra Carolina Crescentini e i giurati del Giffoni Film Festival.
Come è cambiata la rotta da sceneggiatrice ad attrice?
È stato un caso di incontri vari. Ma il progetto scrittura non è che è abbandonato. In questi tempi mi è capitato di scrivere su alcune riviste, ho tenuto una rubrica di recensioni di film dimenticati, fatto interviste. E chissà che un giorno uno dei miei racconti non possa diventare un soggetto…
Per quanto riguarda il teatro, che rapporto hai con il palco?
È da un po’ che non lo faccio, ma per un motivo molto semplice. Se ci metto pure la tournée, non sono più a casa. C’è chi la sceglie come fuga, ma io me la voglio godere un po’ la vita. Quando riuscirò a organizzarmi meglio si vedrà…
Quale personaggio somiglia più a Carolina?
Secondo me ancora non mi hanno beccato… Scrivetelo voi il personaggio che mi inquadra!
Quindi i personaggi che tu scrivi sono lontani da te?
Io non scrivo mai di me, io ′spionaggio′ gli altri. In treno o in taxi divento una spia professionista. Mi interessa di più l’essere umano lontano da me, mi incuriosisce. Per questo mi piace tanto viaggiare. Il “caro diario” è uno sfogo di sensazioni che ha a che fare con la poesia.
Quanto ti ispira la città di Napoli? E cosa ti piace in particolare?
Io ho problemi a mangiare glutine, ma ne mangerei a chili a Napoli. E forse quello è il problema, si mangia troppo bene! Ormai però è casa mia, ho i miei posticini e ci sto bene. Quando ti svegli la mattina e vedi il mare alla finestra è troppo bello. Il mare mi svuota la testa.
Il mio luogo a Roma è il Gianicolo.
Dove hai preso l’ispirazione per Corinna (il personaggio interpretato da Carolina in Boris, ndr.)?
È una sintesi di diverse persone e prese in giro di cacchiate mie. Ce le siamo anche raccontate con i registi, ma interpretarla è un casino. Col fatto che è isterica, mi faceva sudare. Ha una mentalità tutta sua, è difficilissima però mi diverto. Ci metto dentro tutte le cose che ho visto, sentito, subito. Una sorta di riscatto.
Boris è un documentario, lo dico sempre.
In recitazione si cerca sempre un animale come riferimento, ma per Corinna è difficile trovarne uno. Per esempio, la Ginevra di A casa tutti bene era chiaramente una tigre. Comunque prometto che lo troverò per fare la quarta stagione.
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C’è un personaggio a cui sei particolarmente legata?
Beh, Corinna è senza dubbio uno di questi. Malgrado sia una cretina, mi fa molto ridere. Ho difficoltà a rivedermi, l’unica cosa che riesco a vedere serenamente e mi fa sbellicare è Boris. Mi è rimasta nel cuore anche Ginevra, perché combatte a tutti i costi per far parte di quella famiglia.
Com’è lavorare con Gabriele Muccino?
Gli voglio tanto bene, è una persona davvero divertente. Ma anche un regista che non si accontenta mai e ti porta dove non avresti mai pensato di arrivare. Lui prova prima e poi sul set sta lì che combatte fino a che la scena non viene come dice lui. Solo che fa tutti piani sequenza, e con diciannove attori impegnati, il livello di concentrazione è altissimo. C’è un’energia tanto bella sul set, perché ce la mette lui. Oltre agli attori , secondo me lui sceglie le persone.
Come è andata l’esperienza come doppiatrice?
Tosta, leggere 350 pagine in tre giorni… Però mi piacciono gli scrittori che rubano le vite degli altri come Paula Hawkins (di cui ha già letto La ragazza del treno – disponibile su Amazon).
Ti è mai capitato di interpretare un ruolo comico in un momento difficile della tua vita?
Sì, in alcune occasioni penso il personaggio mi abbia salvato. Con Allacciate le cinture (qui la recensione) di Ozpetek stavo affrontando la perdita del mio migliore amico. Andare sul set mi ha salvato, certo all’inizio era difficile ma poi ti affidi e succede. È una magia.
Durante il tuo percorso avrai incontrato delle difficoltà, come le hai affrontate?
Non ho mai scelto di smettere. In qualunque campo è tosta. Serve resistenza, calma e capacità di incassare i colpi. Anche i più brutti non sono abbastanza per demolire il tuo lavoro. In qualche modo passerà.
Quanto pesa in questo lavoro il dover raggiungere delle mete, degli obiettivi?
A un certo punto te ne devi fregare. Ci sono diversi premi che sono al di là di quello che hai fatto tu, che possono essere mosse di salotto politico.
Il vero premio è quello che ti ferma per strada.
Ed è il motivo per cui fai questo lavoro.
Essere donna comporta un impegno maggiore nel mondo dello spettacolo?
Dipende da quanto sei sicura di te. A un certo punto il ‘non essere abbastanza’ diventerà il tuo specifico, la tua particolarità. E la dovrai difendere sempre. Essere donna nella società è difficile, non solo nel mondo dello spettacolo.
Questo è un paese che tende a etichettare le persone. Tu cosa ne pensi?
C’è un bisogno disperato di catalogarti, non solo per gli attori. Si mettono griglie sociali dove incastrare le persone per inquadrare. Ma bisogna combattere perché non accada.
Le etichette non servono a niente, solo a riempire un catalogo che non sfoglieremo.
*Salve sono Sabrina, se volete leggere altri miei articoli cliccate qui.