Quarto film in concorso al festival di Taormina è un racconto che trae ispirazione da un fatto di cronaca. Un evento tragico cambia la vita di una giovane scalatrice, la chiude nel silenzio e innesca la sua ossessione per uno sconosciuto.
Atlas di Niccolò Castelli, con Matilda De Angelis protagonista e la partecipazione di Neri Marcorè, è prodotto da Imagofilm, Climax Films e Tempesta, con il contributo di enti svizzeri, e promosso da Vision Distribution. Girato tra Lugano e il Trentino nel corso di due anni, nasce dall’incontro tra il regista e la ragazza sopravvissuta a un episodio realmente accaduto, un attentato a Marrakech nel 2011. Nelle sale dall’8 luglio.
La trama di Atlas
Allegra (Matilda De Angelis) lavora come controllore di treno e pratica arrampicata con il fidanzato, una delle sue più care amiche (Anna Manuelli) e il compagno di lei; la sera organizza concerti con la coinquilina Giulia (Irene Casagrande). Dopo aver scalato una vetta nelle Alpi, la protagonista e il suo gruppo puntano al monte Atlas in Marocco. Accade qualcosa. Allegra segue adesso una riabilitazione, il suo corpo è segnato da cicatrici; la ragazza è tornata a vivere con i genitori (la madre è Anna Ferruzzo) e non vuole parlare con nessuno. L’incontro con uno sconosciuto (Helmi Dridi) in bus le scatena un attacco di panico, rievoca qualcosa della tragedia; una volta scoperto il suo nome – Arad – comincia a pedinarlo, spiarlo e fare di tutto per conoscerlo. Nel frattempo inizia un nuovo lavoro, torna ad abitare con Giulia ma non riesce a tornare a vivere davvero.
«Qualunque cosa sia il destino, abita nelle montagne che abbiamo sopra la testa».
Paolo Cognetti, Le otto montagne
Atlas, la scelta della finzione
Per quanto sia un fatto di cronaca a ispirare la storia, la trama è pura invenzione. «Ho deciso di disancorarmi dalla realtà» ha detto il regista in conferenza stampa «una realtà – quella degli attentati – in rapida evoluzione; quindi ho cercato meno realismo e più essenza». Bisognerà attendere almeno metà del film per scoprire quale sia l’ evento traumatico e cosa sia accaduto alla protagonista. Questo perché c’è grande libertà nell’esposizione degli episodi, come una sintassi articolata dalla punteggiatura variabile; l’intreccio viene scomposto a piacere e gli eventi ricostruiti nello stesso modo in cui si agitano – passato e presente – nella coscienza del personaggio. L’interpretazione della De Angelis è valida e carica di silenzi, fa trasparire le ombre annidate dentro di lei. Anche l’ambientazione urbana, grigia e taciturna, pare risentire del suo turbamento.
«Da piccola salivo su questa montagna e credevo che il cielo fosse il mare. […] Adesso mi sembra tutto morto».
Una sequenza di particolare effetto è la rappresentazione dell’incidente: lieve tensione nell’aria, la risata delle due amiche, il cambio d’inquadratura, le macerie; poi il ritorno al presente e alla riabilitazione. Per il resto il montaggio (Esmeralda Calabria) è poco esplorato, perché tutto assorto nel racconto. La trama inoltre ha alcune carenze. La sceneggiatura (Castelli e Stefano Pasetto), o meglio la scelta di cosa raccontare e cosa no, appare a volte arbitraria e a volte lacunosa. Per esempio, l’ossessione per Arad non è sufficientemente motivata e, benché sia intuibile il suo fondamento, non sembra poi così verosimile; anche i rapporti con Marcorè (il padre della migliore amica), i genitori e Giulia sono trascurati; la brava Irene Casagrande, per di più, ha una presenza minima in scena.
Dietro le quinte di Atlas
In merito alla proposta di questo ruolo, Matilda De Angelis ha commentato: «È stata la prima volta nella mia vita in cui ho sentito una responsabilità grande». Regista e attrice riportano che tanti dialoghi sono stati tagliati e l’emotività delle scene affidata alla fisicità dell’attrice, così da rispettare la sua chiusura e il suo silenzio, il suo voler essere lasciata in pace; in parallelo la De Angelis afferma di aver rispettato il trascorso della protagonista reale, evitando di interrogarla e limitandosi ad ascoltare le sue parole spontanee. Lo stesso Castelli, in effetti, ha affermato di aver trovato nella De Angelis un’attrice che «capisce le emozioni» e «l’intimità di un trauma così forte». È ancora l’interprete principale a osservare, nel corso dell’intervista con la stampa: «Il dolore compresso è un dolore complicatissimo… Mi ha fatto paura ma è stato un esercizio terapeutico».