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Interviews

Da Il mago di Oz a The New Pope il passo non è breve. Intervista a Jessica Piccolo Valerani

Di nuovo sul set di Paolo Sorrentino, con cui aveva lavorato in Loro, Jessica Piccolo Valerani è nel  cast della nuova e attesissima serie tv The New Pope. A lei abbiamo chiesto di fare il punto sulla sua carriera e di raccontarci com'è stato lavorare accanto a mostri sacri del calibro di Toni Servillo e Jude Law

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Prima di parlare della tua esperienza sul set di uno dei più importanti registi italiani, mi interessava iniziare a raccontarti dal principio e cioè dal tuo luogo di nascita.

Sono nata nella provincia di Brescia.

Leggo nel tuo curriculum che hai debuttato in teatro a nove anni interpretando la Dorothy de Il mago di Oz. Com’è nata questa passione?

Nonostante sia nata in provincia ho avuto la fortuna di avere un maestro di scuola elementare, Achille Platto, che oltre a insegnare italiano in Lombardia era altrettanto conosciuto come drammaturgo e sceneggiatore. È grazie a lui che tutto è iniziato, perché fin da piccola mi faceva fare spettacoli e quindi mi sono ritrovata sul palcoscenico prima ancora di capire cosa fosse. Da quel debutto non mi sono più fermata. A cambiare è stato solo il fatto di dovermi spostare per andare verso la città, in cerca delle giuste opportunità.

Gli anni della formazione ti hanno portato fino a Los Angeles, la capitale del cinema americano, e poi ancora Italia per studiare e approfondire questa disciplina.

Allora, quella era l’unica strada possibile. I miei genitori non conoscevano assolutamente il mondo del cinema e della televisione. Mia sorella giocava a pallavolo, io studiavo recitazione ma per loro non cambiava nulla, consideravano le due cose allo stesso modo. Dunque, lo studio è stato fondamentale, perché per me era l’unico modo per avvicinare il mondo che amavo. Prima mi sono spostata a Brescia, poi sono passata a Milano. Lì ho lavorato con dei coach americani, poi sono andata a Los Angeles e ancora a Roma. Ancora oggi continuo a studiare, per un attore è fondamentale.

Ti ho fatto questa domanda perché di solito sono l’istinto e il piacere di recitare che spingono a farlo, ma poi credo ci sia bisogno di consolidare questi stimoli con una consapevolezza frutto di metodo e conoscenza. Dunque, volevo chiederti quanto contano per te una parte e l’altra. Ci sono molti attori che arrivano a un certo livello senza aver studiato.

Penso che dipenda dalla singola persona, dall’esperienza di ognuno. Ci sono attori, soprattutto i più giovani, che iniziano per caso e poi capiscono che vogliono continuare su quella strada. Magari hanno anche la fortuna di iniziare subito a lavorare, mentre per me non è stato così facile. Dunque, l’unico approccio possibile per arrivare a farlo è stato iniziare dallo studio. Detto questo, per quel che è la mia esperienza,  quando ti trovi a determinati livelli tutto quello che hai studiato, la tecnica che hai acquisito, ti viene molto in aiuto. Anche per una persona di talento affrontare certe situazioni presuppone avere nel proprio bagaglio degli strumenti teorici, deve avere delle conoscenze. Credo che l’allenamento di un attore sia alimentare di continuo la conoscenza. Siccome nella vita cambiamo, l’attore lavora con se stesso, non lavora con un altro oggetto.

Penso che a forza di lavorare su se stessi anche il modo di guardare il mondo ne viene influenzato. Lo si guarda con una consapevolezza diversa e accresciuta.

Dico sempre che è come aggiornare il software di un computer. Noi lavoriamo con quello che siamo e per quanto mi riguarda io non sono più la stessa di un anno fa. Per me funziona così. Tutto passa attraverso la conoscenza e quindi dagli incontri con altri artisti, coach e registi. C’è sempre qualcosa da imparare, non credo si finisca mai.

Volevo chiederti se hai un tuo metodo e che tipo di lavoro fai per entrare nei personaggi. Quanta parte di te vi entra e quanta invece è frutto della sceneggiatura o delle indicazioni del regista?

Dipende molto dalla tipologia del ruolo. Ci sono delle volte in cui è completamente distante da me e quindi utilizzo determinate cose. In ogni caso sono del parere che in ogni interpretazione bisogna sempre trovare qualcosa che ci appartiene. Il lavoro diventa quello di cercare quella sfumatura di te, quel colore, quella cosa potenziale e riuscire a tirarla fuori.

Per tua esperienza ti attira di più un personaggio estraneo al tuo modo di essere o il contrario?

Estraneo, ma per un semplice motivo. Penso di aver capito perché amo questo lavoro. Ho compreso che è una passione legata a qualcosa di personale, qualcosa che fa bene a me stessa; è come un processo catartico. Quindi, per quel che mi riguarda, ciò che mi dà piacere è la possibilità di essere qualcosa che va oltre me stessa, è l’eventualità di una conoscenza diversa. Un personaggio lontano da me è uno stimolo maggiore perché il rischio è quello di limitarsi al conosciuto, a quello che sei. Quando fai qualcosa che non conosci la libertà è maggiore.

Essere attrice riguarda anche lo sguardo e il fatto di essere guardata, di esporsi alla percezione degli altri, all’occhio della macchina da presa e a quello dello spettatore. Che tipo di rapporto hai con questo aspetto del tuo lavoro?

Nella vita privata sono super riservata e timida, e tu mi dirai come sia possibile. Lo è proprio perché quando interpreto un personaggio è come se non fossi io. Questo permette di sfuggire ai giudizi a cui di solito siamo sottoposti nel quotidiano.

Ti dà la possibilità di sfuggire alle sovrastrutture.

La vita può creare insicurezze, ci si sente messi in discussione. Ci sono dei periodi in cui sei più sensibile alle critiche, altri in cui non te ne frega niente. Nell’interpretare un personaggio sei consapevole che si tratta di una finzione; qualsiasi cosa tu faccia, anche improvvisando, sai che accade perché c’è qualcuno che ti ha dato delle indicazioni. Questo non bisogna mai dimenticarselo. In quel momento si verifica uno scarto: è come se sul palco non fossi più tu come persona ma il tuo essere attore. Ovviamente, lì il tuo lavoro è esposto al giudizio degli altri, però devi mantenerti libero, altrimenti non ne esci.

La maschera aiuta a essere più liberi.

Sì, credo che il bello sia anche quello, altrimenti perché lo si farebbe, non ce ne sarebbe motivo. Già la vita è cosi difficile.

Tornando allo sguardo degli altri e considerando la libertà di cui parlavi, volevo chiederti se la consapevolezza di essere  guardata condiziona in qualche modo l’interpretazione? Ci pensi oppure no?

Cerco di stare concentrata su quello che sto facendo, non posso pensare a chi mi sta guardando. Mentre lavoro non lo faccio e quando mi è capitato era perché non ero al meglio della mia performance.

Quindi nell’essere al centro dell’attenzione non c’è tra le altre cose il desiderio di essere guardata?

Non credo. Proprio adesso che c’è stata l’uscita del mio primo lavoro importante, se così possiamo definirlo, ho capito che almeno per me non è quello.

Il riferimento delle mie domande era proprio alla tua partecipazione a The New Pope. Facendo un passo indietro, bisogna dire che avevi già partecipato a un film di Sorrentino.

Si, in Loro avevo un piccolissimo ruolo. Ho conosciuto Sorrentino cinque anni fa, proprio pochi giorni dopo la vittoria dell’Oscar. Lui stava preparando Youth per il quale dovevo sostenere un provino. Al primo incontro sono seguiti due o tre provini. Per quel film non sono stata presa, ma poi mi ha sempre richiamato, prima per Loro poi per The New Pope, in cui ho avuto un ruolo un pochino più importante. La partecipazione in Loro è stata molto bella e formativa perché ho avuto la fortuna di condividere la scena sullo yacht con Toni Servillo ed Elena Sofia Ricci. Praticamente siamo rimasti per due giorni in mezzo al mare e questo mi ha dato modo di vederli lavorare. È stato veramente molto bello.

Com’è andato il casting, cosa hai dovuto fare?

I casting con Sorrentino sono bellissimi: lui ha già tutto in testa, sa ciò che vuole ma non ti spiega più di tanto. Ti dà delle indicazioni, poche ma significative, lasciando sempre un velo di mistero che ti  obbliga a osare. In quel momento la tecnica entra in aiuto nel senso che in due secondi devi essere in grado di mettere insieme qualcosa.

Quello che hai appena detto a proposito della tecnica permette di far capire a chi legge di cosa si tratta, quale sia la differenza tra averla oppure no.

Questa è stata la mia esperienza con lui. Sorrentino ti dà indicazioni chiare, ma allo stesso tempo lascia liberi di esprimersi. Ci sono registi che ti spiegano le cose un milione di volte e magari tu non capisci; ti parlano tanto senza riuscire a comunicare niente. Con lui accade il contrario, parla poco ma si fa capire benissimo, senza dover spiegare le cose. Silvio Orlando e Jude Law hanno detto che lavorare con lui è come stare sull’orlo di un precipizio ed è proprio questa tensione positiva a fare la differenza. È difficile spiegarlo a parole, ma spero di esserci riuscita.

In Loro rappresentavi un modello di donna completamente differente da quello che era il modello dominante all’interno del film.

Si, ero una delle poche che risultava diversa dalle altre.

Rivedendo il film, il tuo ruolo seppur piccolo rimane impresso proprio per la diversa gestione del corpo femminile. Tanto disinibito quello delle “ragazze del Presidente”, tanto rigoroso, asessuato e maschile il tuo. Esisteva in te questa consapevolezza?

Sinceramente, no. Però con Sorrentino sono importanti i nomi dei personaggi. Secondo me vogliono già dire tantissimo. In Loro mi chiamavo Antonellina e appena l’ho saputo ho capito che dovevo rappresentare qualcosa di diverso rispetto a quell’universo femminile. Anche in The New Pope c’è questa cosa, anche se in maniera diversa.

Hai ragione.

La mia suora è diversa, un po’ contrapposta alle altre che vediamo nella serie. In lei c’è un mix di dolcezza, femminilità e rigore.

In qualche modo si tratta di due ruoli simili. Sia Antonellina che la suora si confrontano con il corpo maschile custodendone i segreti.

Si, è vero. Sono la persona di fiducia di Berlusconi, mentre nel caso del Papa mi prendo cura di lui. Sono la sola a sapere cos’è veramente successo.

In entrambi i casi esprimi una sorta di autorevolezza. Riesci a dare la sensazione di una persona a cui i capi possono affidare i loro segreti. 

Si, in una condizione di servizio. Quello che dici è vero, ma devo dire di non averci pensato molto.

Passando al ruolo di The New Pope, la sequenza iniziale, quella di cui sei protagonista, è molto forte e può considerarsi la sintesi dell’intera serie per la presenza del sacro e del profano. La particolarità della stessa è che il “corpo del desiderio” non è il tuo ma quello di Jude Law. Al contrario, pur essendo tu la pietra della scandalo, in primo piano di fronte alla macchina da presa c’è il Papa disteso sul lettino, mentre la suora rimane dietro, in parte coperta. Tu sei la parte attiva, ma ciò che vediamo è il corpo incosciente del protagonista. Si tratta di un corto circuito visivo molto interessante. Ti volevo chiedere come si fa a interpretare una scena del genere.

Consiste nel mostrare ciò che solitamente tendiamo a nascondere, come succede in un momento intimo come quello della sequenza in questione. Di solito sono cose che si fanno da soli.

E anche di una delle cose più comuni.

Pensavo proprio a quello. Ritornando al lavoro dell’attore e ai personaggi distanti dalla propria personalità, lo scatto è quello di riuscire a mostrare qualcosa che solitamente non facciamo vedere. Solo in quel momento c’è una conoscenza diversa. Nel caso di The New Pope per me è stato quello, cioè indagare un lato molto intimo del mio personaggio.

Non era una sequenza facile perché dovevi far sentire la tua presenza, pur rimanendo in secondo piano. Secondo me tu ci riesci rispettando la composizione del regista è cioè entrando in armonia con gli altri elementi della scena.

Penso sia questo. Dal punto di vista tecnico in scene così estreme e intime ti devi assolutamente lasciare andare e concentrarti. Quando mi hai chiesto se subisco lo sguardo degli altri ti dico che in quel caso intorno a me ci potevano essere state venti persone, dieci o cinque, ma io neanche me lo ricordo. Era assolutamente irrilevante. Magari in altre scene  più tranquille, più semplici, più comuni, la percezione della troupe si sente. In quel caso no.

Hai lavorato con alcuni degli attori più bravi e famosi. Parliamo non solo di Toni Servillo e Jude Law, ma anche di Elena Sofia Ricci. Possiamo fare un parallelo tra di loro e coglierne differenze e analogie?

A parte la mia agitazione, mi sono trovata subito a mio agio perché sono due persone straordinarie, umili, carine, disponibili: entrambi, dal primo istante, mi hanno subito rassicurato. È proprio questa professionalità e umiltà a collegarli. Mi ricordo di Toni Servillo: ci siamo conosciuti al trucco e dopo esserci presentati lui ha cominciato a ripetermi le battute della scena. Questa cosa mi ha molto colpito. Capitava la stessa cosa sul set. Quello che mi ha sorpreso di questi due attori, e di quelli di quel calibro che ho visto lavorare, è quanto non ci sia niente di scontato; in ogni scena, a ogni ciack, a ogni secondo, la loro presenza e professionalità era continua e costante. A volte ci si ritrova in situazioni dove c’è disinteresse e scarsa concentrazione. Invece, è importante fare il contrario. È quello che fa la differenza.

Rispetto al loro modo di recitare mantenevano una distanza con il personaggio o vi scomparivano dentro alla maniera di Daniel Day Lewis?

Secondo me sul set ti tieni sempre legata a una parte del personaggio. Nel momento in cui indossi il costume e sei pronto c’è già in atto qualcosa. In entrambi non ho notato questo: c’era la persona e poi il personaggio, dunque non si verificava il transfert alla Daniel Day-Lewis. Quello di Law e Servillo è un modo che aiuta l’attore a capire come deve porsi, però nella pratica ciò che conta è il momento in cui c’è l’azione.

Una domanda che riguarda te come attrice: oggi come immagini la tua carriera?

Me la immagino, anzi ne sogno una com’è naturale che sia.

Ci sono alcuni attori che pensano di interpretare un certo tipo di personaggio, preferendo i ruoli drammatici a quelli leggeri. Nel tuo caso che percorso preferiresti fare?

È molto difficile dirlo. Chiaramente il sogno è quello di lavorare con registi visionari, con i grandi i autori, perché sono questi che raccontano storie con grandi personaggi e in cui anche i ruoli minori sono importanti. Si tratta di impegnarsi con registi capaci di rendere importante qualsiasi cosa si va a raccontare: dalle immagini all’attore, al personaggio, ogni elemento del film è pieno di significato, non c’è mai il vuoto. Molte volte ci sono dei prodotti in cui c’è poca sostanza. Quindi il mio desiderio principalmente è prendere parte a progetti di qualità.

Come attrice drammatica o leggera?

Mi sento più portata per il dramma, ma non credo ci sia una differenza così netta tra le due cose. Di sicuro non mi vedo in una commedia perché non penso di avere quel tipo di qualità comica. Aspettiamo di vedere cosa succederà.

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