Il cinema brasiliano alla Quinzaine des Realisateurs del Festival di Cannes è rappresentato dalla giovane regista Alicia Furtado, che ha realizzato Sem Seu Sangue (Sick, Sick, Sick) con il supporto dell’Università pubblica del Brasile. Una sceneggiatura con una struttura lontana dai canoni classici, scritta da Leonardo Levis, racconta una storia d’amore dolorosa, tra i giovanissimi Silvia e Arturo, e dell’angoscia di sapere che lui, malato di emofilia, morirà a breve. Silvia subisce un trauma alla morte di Arturo, che tenta in tutti i modi di far rivivere. Scene che richiamano presagi di morti, rese cupe dalla splendida fotografia di Felipe Quintelas, si alternano al tentativo disperato della ragazza di far rivivere Arturo e il suo desiderio per lui.
La prima scena si apre proprio con la protagonista che si procura il piacere sessuale guardando una foto di lei e Arturo abbracciati, un’immagine forte, che fa anche parte di un processo di sdoganamento (per fortuna!) del piacere femminile. La morte di Arturo sembra condurre anche Silvia verso un destino inevitabile: inizia a stare male, a non mangiare, a lasciarsi andare. La sua esplorazione, la non accettazione della morte di Arturo e il suo bisogno di rimettersi in contatto con la profondità del loro rapporto la porteranno all’esperienza di un rito Voodoo; lo stato di trance, reso dall’ottima recitazione dell’attrice protagonista, al suo primo film, lo riporteranno alla vita.
Interessante il doppio titolo in portoghese e in inglese, che ben racchiude il conflitto e l’arco di Silvia. In principio il titolo era Sick, Sick, Sick, a rappresentare le tre fasi della sua malattia: la prima è l’amore, la seconda è la perdita di Arturo, che somatizza con il male fisico, la terza è l’ossessione che si scatena per lui quando non c’è più. Per il titolo portoghese (a cui la Furtado teneva molto) voleva mantenere l’allitterazione della lettera S e questo non era possibile con la traduzione dall’inglese. Ha scelto così Sem Seu Sangue (senza il suo sangue).