In ogni film di Ken Loach che si rispetti non può mancare almeno una scena che si svolga in un ufficio di collocamento o in un’agenzia per un colloquio di lavoro, e dove si riempiano lunghi e complicati formulari. Per l’83enne regista, cantore e poeta del ceto operaio britannico – due volte vincitore della Palma d’Oro, per Io, Daniel Blake nel 2016 e per Il vento che accarezza l’erba nel 2006 – l’attenzione ai lavoratori, ai loro problemi e disgrazie, viene sempre ‘first of all’. Anche la sua ultima opera Sorry We Missed You, in competizione al Festival di Cannes 2019, non fa eccezione e si apre con Ricky, un uomo poco più che quarantenne, che risponde alle domande di un potenziale datore di lavoro con un formulario in mano: ha fatto mille lavori manuali, sa fare un po’ di tutto, non ha mai dato problemi, è interessato a lavorare in franchising con un furgone per fare consegne a domicilio.
Ken Loach: «Mentre facevamo ricerche per il mio ultimo film (I, Daniel Blake) siamo entrati in contatto con molte persone che lavoravano a tempo parziale, con contratti a zero ore: è una nuova forma di sfruttamento, questa economia dei lavoretti interinali, con mano d’opera precaria, e i discorsi su questi temi hanno continuato ad essere al centro delle mie discussioni con Paul Laverty (storico sceneggiatore di Loach e suo sodale). Così abbiamo pensato di farne l’oggetto di un altro film, in qualche modo connesso a I, Daniel Blake”.
La continuità di questo ‘dittico’ arriva allo spettatore ma il film cuce insieme anche tante altre pellicole del regista britannico, come una collana di perle molto simili ma diverse una dall’altra: infatti il vero focus di Sorry We Missed You (titolo ispirato alla frase impressa sulla scheda lasciata dai fattorini quando non trovano a casa nessuno per le consegne), data anche l’età del protagonista che ha un figlio adolescente e una figlia poco più piccola, sono le conseguenze che la pressione del lavoro, il numero senza fine delle ore lavorate fuori casa, i figli lasciati tutto il giorno da soli, hanno sulla famiglia, sulla sua unità e sull’educazione. “Spesso, purtroppo – afferma il regista – come nel caso dei protagonisti, non è data una vera scelta: i debiti, l’affitto, la vita di ogni giorno, i prestiti e la speranza di avere prima o poi una casa di proprietà creano delle vere e proprie trappole. Ricky è ‘imprigionato’ di fatto nel suo furgone e nella scena finale piange per la disperazione di non avere altra via d’uscita”.
Ricky, il nostro eroe, decide, per poter lavorare con più profitto, di comprare a rate un furgone, vendendo per l’anticipo la macchina con la quale sua moglie Abby – infermiera a domicilio e persona amorevole che crede nel rapporto con i figli e con i pazienti – si recava più agevolmente a lavorare. Presto la situazione si rivelerà molto difficile da portare avanti: Ricky non può perdere un giorno di lavoro senza avere una multa di 100 sterline (necessarie per pagare una sostituzione), Abby si affanna con gli autobus da una parte all’altra della città, organizzando il quotidiano attraverso telefonate con i suoi figli (‘ti ho lasciato la pasta in frigo’, ‘scongela questo e quello’, ‘dove siete dateci notizie’, ecc.) e tornando a casa quando i ragazzi già dormono. D’altro canto i due figli hanno reazioni differenti a questa ‘assenza’ dei genitori: mentre Liza Jane, la più piccola, si responsabilizza – anche eccessivamente per la sua età – e segue le istruzioni fornite al telefono, cercando di far ragionare il fratello e di farsi mediatrice nei conflitti familiari, il ragazzo più grande, Seb (per Sebastian) inizia ad avere comportamenti irregolari, a marinare la scuola per seguire la sua vera passione (il graffitismo hip-hop personalizzato) e a ribellarsi al padre con atti tipicamente adolescenziali. Ma Ricky non può fermarsi mai, non può partecipare alle riunioni indette a scuola per parlare del figlio, quando chiede un paio di giorni al lavoro, gli vengono drasticamente rifiutati. Neppure quando finisce in ospedale, picchiato da un gruppo di piccoli criminali che rubano e distruggono gli oggetti da consegnare, ci sarà comprensione per lui: il datore di lavoro gli metterà tutto in conto. Quando Seb viene sospeso e il padre gli ritira il cellulare – elemento simbolo della vita stessa per tutti gli adolescenti dei giorni nostri – il dramma si consuma in un’escalation che non sembra aver fine. Si arriva ad un brutto litigio con percosse fra padre e figlio, Lisa Jane si spaventa e nasconde le chiavi del furgone, Abbey prega il marito di non andare al lavoro con le costole e il braccio ingessati. “Rivoglio tutto come era prima – dice Seb – voglio la vita che avevamo prima”. Ma la trappola sociale non si può fermare, la spirale infernale è il prezzo, altissimo e presunto, della vita presente e futura: no way out.
Ken Loach ama i giovani e in ogni suo film sa catturarne le tendenze e le debolezze, sempre con un occhio comprensivo e ironico: siamo noi che lasciamo alle generazioni future una certa idea del mondo, con la nostra presenza, il nostro orientamento, il peso che diamo ai valori umani rispetto a quelli materiali. I ragazzi non hanno la consapevolezza di quanto sia faticoso ‘sbarcare il lunario’, ma hanno bisogno di avere vicini i propri genitori per crescere nel migliore dei modi possibili, se non nel migliore dei ‘mondi’ possibili.
Il film è girato a Newcastle, nel nord, «un luogo – afferma Loach – caratteristico e distinto da altri luoghi della Gran Bretagna, che ha avuto grande importanza come cantiere navale e come polo manifatturiero e industriale e dove ancora ci sono ampie sacche di povertà e marginalità, uno speciale microcosmo dove volevo ambientare la mia storia».
La nostra vita è vivibile, è giusto e possibile lavorare 14 ore al giorno? Esiste un sistema che possa contemperare vita privata, famiglia, amici, riposo, con il lavoro, per quanto duro esso sia? Dove sono le conquiste raggiunte negli anni Sessanta e Settanta ? Il film, essendo Loach e Laverty due attivisti politici oltre che professionisti del cinema, lascia aperte tante domande in modo provocatorio e denuncia un sistema che stritola le nostre vite e il tempo del quotidiano, distruggendo a poco a poco le relazioni umane («nulla contro le tecnologie, che sarebbero di per sé neutrali, ma che usate male innestano sistemi che favoriscono il mercato neoliberista») e i rapporti familiari, quanto di più prezioso le persone hanno al mondo.