Dice bene Enrico Ghezzi quando commentando Arca russa (2001) di Aleksandr Sokurov sottolinea come il film non sia – a rigore – un viaggio nel tempo, quanto, piuttosto, un “blocco di tempo che viaggia” all’interno dello “spazio liscio” (questo termine del gergo deleuziano lo aggiunge lo scrivente) dell’Ermitage, uno scrigno impareggiabile in cui è contenuta talmente tanta bellezza da provocare un senso di vertigine. Lo stesso Sokurov ha più volte ribadito che non è sufficiente apprezzare l’enorme virtuosismo tecnico di Arca russa per decretarne il carattere rivoluzionario; ciò che conta è il risultato poetico, emotivo e artistico. E non è questa una banalità, tutt’altro. Il regista russo, uno degli autori più significativi della scena cinematografica contemporanea (segnaliamo brevemente la sua Trilogia del Potere, costituita da Moloch, Toro e Il Sole, oltre al più recente Faust, premiato con il Leone d’Oro a Venezia), in novantacinque meravigliosi minuti, accompagna lo spettatore in un movimento che, seguendo le suggestioni del cinema di Wim Wenders, potremmo definire “falso”, nel senso che avviene in uno spazio emotivo, dove le diverse epoche (trecento anni di storia russa) si giustappongono, quasi fondendosi nella dilatazione di una prodigiosa “durata”. Non c’è in Arca Russa un rapporto dialettico tra Arte e Vita, esse si compenetrano in un portentoso piano d’immanenza in cui svaniscono le differenze, a favore dell’emersione di una gioiosa indiscernibilità in cui chi guarda non può non sprofondare (piacevolmente).
Come disse il compianto Tullio Kezich: “Arca Russa è un kolossal con mille personaggi che si aggirano nelle auguste sale dell’Ermitage di San Pietroburgo. Alexander Sokurov, grazie a incredibili acrobazie tecnologiche, è riuscito a imbastire nel tempo reale di un’ora e quaranta, senza stacchi, né interruzioni, una cavalcata di tre secoli. Nel suo aspetto di grande sogno, questo strabiliante non-film avrebbe deliziato C.G. Jung e Fellini”.
A conferma di quanto detto interviene anche la circostanza della doppia prospettiva, soggettiva-oggettiva, posta da Sokurov. Da una parte, presente solo come voce fuori campo, c’è un soggetto che guarda (lo stesso Sokurov, il viaggiatore dello spazio-tempo), e noi con lui, attraverso i suoi occhi. Dall’altra, il marchese di Custine, un diplomatico francese dell’Ottocento, egregiamente ed eroicamente interpretato da Sergej Dontsov. In maniera piuttosto evidente, Sokurov suggerisce che viene meno il manicheismo del tipico atteggiamento intenzionale che pone una distinzione netta tra la realtà e lo sguardo che la coglie, laddove, come assai efficacemente aveva spiegato Martin Heidegger in Essere e Tempo, il Dasein si muove nel mondo, è nel mondo, è esso stesso il mondo che osserva. Ecco che, come d’incanto, il muro semiotico-dialettico crolla e ciò che si apre allo sguardo è uno straordinario orizzonte tutto da percorrere, dismettendo le usuali categorie utilizzate per orientarsi.
Lo scrivente si permette – chiedendo preventivamente venia – di correggere Kezich, precisando che quello di Sukorov non è un non-film, piuttosto un’opera che pone e impone una torsione dello sguardo, sia della macchina da presa, sia dello spettatore, portando il cinema alle sue massime possibilità e permettendo di scavalcare gli angusti limiti della mera rappresentazione. Arca Russa è una visione che comporta un’esperienza che non consente un distacco netto dello spettatore, il quale, anziché limitarsi a guardare, compartecipa al movimento “interiore” della macchina da presa.
Ad Arca russa hanno lavorato più di 4500 persone, tra cui 867 attori, tre orchestre e ventidue assistenti alla regia. È stato girato in digitale con una videocamera Sony HDW-F900 realizzata appositamente e montata su una steadicam. Il film è stato registrato in un formato non compresso su un hard disk speciale che poteva contenere fino a cento minuti di girato. La ripresa è avvenuta nel palazzo dell’Ermitage di San Pietroburgo, il 23 dicembre del 2001. Per riuscire a portarla a termine sono stati necessari quattro tentativi, poiché i primi tre sono stati sospesi a causa di errori tecnici. Il primo è stato interrotto dopo cinque minuti, e – dopo altri due tentativi falliti – la ripresa finale è andata a buon fine e il film è stato completato in novanta minuti. In un’intervista del 2002 Tilman Büttner, lo straordinario operatore e direttore della fotografia, ha dichiarato che il suono è stato, invece, registrato separatamente, in un secondo momento rispetto al video (e si capisce bene il perché, vista l’enormità del piano sequenza realizzato).
Distribuito da CG Entertainment, Arca russa è per la prima volta disponibile nell’alta definizione del blu ray, in formato 1.78:1, con audio in italiano e originale (Dolby Digital 2.0 e DTS-HD Master Audio 2.0) e sottotitoli opzionabili. Nei contenuti extra sono presenti: In one breath Aleksandr Sokurov’s (backstage e interviste al regista, al direttore della fotografia e agli altri realizzatori del film); il commento al film di Enrico Ghezzi; il trailer.
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