Per il suo trentennale il Trieste Film Festival ha pensato di fare le cose in grande: apertura con l’incontro sullo schermo tra un mostro sacro del cinema, Werner Herzog, ed uno della politica, quel Mikhail Gorbachev che con le sue riforme seppe propiziare una svolta epocale nella Storia contemporanea. Purtroppo l’ex Presidente sovietico è costretto da tempo a fronteggiare gravi problemi di salute e neanche Herzog è potuto essere presente, per cui è spettato al film-maker britannico André Singer, co-regista del film, introdurre questo emozionante ritratto di Gorbachev assieme allo staff del festival triestino. Fatto di per sé tutt’altro che disprezzabile, considerando che proprio Singer era stato contattato, in un primo momento, per portare avanti tale lavoro, da cui la provvidenziale scelta di coinvolgervi anche il grande Herzog, col quale aveva già collaborato per svariati progetti.
L’anteprima nazionale di Meeting Gorbachev ci ha pertanto fatto scoprire un documento straordinario, non per qualche ipotetica rivelazione sulla Perestrojka e sul crollo dei regimi comunisti in Europa Orientale che non arriverà certo qui, quanto piuttosto per la capacità ampiamente dimostrata dagli autori di far emergere i tratti salienti del personaggio. Con poche, sapienti pennellate, riscontrabili anche nel così fluido collegamento tra le interviste al celebre statista (nonché ad altri grandi protagonisti di quella stagione politica) e i più disparati materiali di repertorio, si è riusciti a far emergere tanto il senso profondo del suo agire politico che il versante umano, destinato a farsi particolarmente comunicativo e dolente nel ricordo dell’amata Raissa. Durante quel lungo colloquio con un Gorbachev provato fisicamente ma oltremodo presente a livello di spirito, di analisi e di verve comunicativa (da brividi la citazione finale di Lermontov), il tocco di Herzog c’è e si sente. Le sue domande così dirette, rispettose ma anche penetranti, portano l’interlocutore a scandagliare il proprio passato con altrettanta schiettezza. I due sembrano parlare un linguaggio comune.
Il linguaggio filmico procede poi di pari passo: la macabra ironia di Werner Herzog si esplicita ad esempio nel sardonico, beffardo montaggio delle cerimonie ufficiali che hanno sancito negli anni ’80 le sempre più rapide successioni al Cremlino, dopo la scomparsa di un Brèžnev immortalato all’epoca nella bara con un impressionante look da Dracula della Hammer Film Productions. Dal Nosferatu dello stesso Herzog, al di certo più decrepito Nosferatu del Socialismo Reale. Questa grottesca parentesi si rivelerà poi funzionale a far emergere, invece, i tratti innovativi di colui che d’altro canto si propose quale illuminato riformatore di un sistema altrimenti morente, salvo poi essere tradito dagli eventi e dall’operato di personaggi dotati di minor caratura ma sostenuti dal loro cinico opportunismo, su tutti lo spregiudicato avvoltoio Boris Eltsin. A parte i sintetici ma assai ficcanti giudizi storici, di Meeting Gorbachev colpisce per l’ennesima volta l’herzoghiana volontà di legare l’impronta dell’agire umano a determinati luoghi, ambienti, come il blitz nel paese natale dell’ex premier russo, uno sperduto paesino agricolo nella regione caucasica, chiarisce con vertiginosa immediatezza.
Si è venuto così a comporre il primo tassello di un’edizione del festival che intende celebrare, parallelamente, i 30 anni dalla caduta del Muro. Una svolta fondamentale non soltanto della storia ma anche dell’immaginario contemporaneo. E in tal senso aver chiuso la serata con la riproposizione di Possession, allucinazione berlinese partorita significativamente da Andrzej Żuławski nel 1981, pochi anni prima che cessasse un altro duraturo incubo, quello della Germania divisa, ci ha lasciato ulteriori suggestioni nella testa.